— Non dubitate; — rispose il commendatore: — sono stato relatore di leggi, in Parlamento, e conosco il debito mio. Tu siedi, giudice, e prendi un atteggiamento conforme alla gravità dell’ufficio.
— Dio buono! — esclamò Aldo De Rossi, sforzandosi di sorridere. — Si tratta dunque di una cosa grave?
— Eh, grave... secondo i casi e le età. Per voi altri giovani è gravissima. Si ragionava d’amore.
— Argomento importante, non c’è che dire.
— Sicuramente, e il nostro Anselmi ne parlava come di una malattia, e lo paragonava alla tosse. Ma la signora Camilla, dal canto suo, negando la malattia, trovò che il paragone era volgare.
— Ecco... — interruppe la signora Camilla. — Io non ho detto propriamente così.
— Mia bella signora, perdonate; avete esclamato: che paragone!
— Sì, perchè mi pareva che se ne potesse trovare uno più adatto. Per esempio la febbre.
— Ma io, — entrò a dire l’Anselmi, — non avevo fatto che ispirarmi al proverbio: amore e tosse, con quel che segue. Ma vada pure per la febbre. Che cosa sentenzia il giudice eletto? —
Aldo De Rossi non aveva gradito niente affatto che tra la signora Camilla e l’Anselmi si fosse appiccato un discorso di tal genere. Egli stava per l’appunto almanaccando da che potesse aver avuto occasione quella tuffatina nel tenero, quando venne a rompergli il filo la domanda dell’Anselmi.