— L’amore — rispose egli sentenziosamente, — è una malattia, o non lo è. Se è una malattia, non può essere paragonato alla tosse, che è indizio di malattia, non malattia per sè stessa. Se non è una malattia, ma semplicemente indizio di malattia, e tosse, e febbre, e quel che vorrete, possono entrare in paragone con esso, secondo l’umore e il buon gusto di chi ne parla.

— Dotta sentenza! — esclamò l’Anselmi, non senza un pochino d’ironia. — Ma se tu credi che l’amore sia un indizio, a qual malattia vorrai tu regalarlo?

— Gl’indizi sono qualche volta fallaci; — rispose sul medesimo tono il De Rossi. — L’occhio medico deve badare a molte cose, prima di giungere alla conclusione. Anzi tutto bisogna osservare il temperamento del malato. Per esempio, io conosco certi uomini, presso i quali l’amore sarebbe indizio... di stupidità.

— Ah, buona questa! — gridò il Vezzosi che non ci vedeva il baco.

— Buona per cui tocca; — notò l’Anselmi, a cui sembrava pessima, appunto perchè gli toccava a lui. — Tu non sei un giudice, Aldo; sei un Minosse, un Radamanto. E noi che si faceva per celia!

— Non si fanno queste cose per celia; — replicò Aldo De Rossi. — L’amore è una cosa grave, e non è permessa agli uomini leggeri, che vedono un sollazzo passeggiero in ciò che dev’essere il negozio di tutta la vita. —

Il contino Anselmi si seccò per davvero; si seccò doppiamente, pensando che la signora Camilla udiva e che poteva indovinare a cui fossero dirette le bottate del giudice.

— M’inchino alla tua sapienza; — diss’egli.

E fece l’inchino, proprio come aveva detto, mettendoci un’ostentazione che diede maledettamente sui nervi al De Rossi. Questi non aveva mestieri di tanto, per dar di fuori; che, anzi, come vi sarà parso evidente, staccava i bollori da un pezzo.

— Accetto il complimento per quel che significa, — diss’egli; — cioè per un’ironia; e lo accetto anche per quel che vale, — soggiunse, — cioè per un’ironia... in bocca tua.