Basta, lasciamo le considerazioni da banda. I nostri personaggi escirono dal Rinfresco; Gerardo tenendo a braccetto la signora Camilla, il presidente Roberti la signora Elena. Il Sestavalle si accompagnò alla seconda coppia, ma senza preferenze e disposto a correre verso la prima quando fosse chiamato. Uomo inarrivabile, e veramente Alcibiade, che sapeva trovarsi bene con tutti e in ogni circostanza della vita! Egli sarebbe anche rimasto coi due giovanotti, quantunque le loro facce scure non promettessero una conversazione troppo piacevole; ma uno sguardo benigno della signora Elena lo aveva tirato daccanto a lei; così il De Rossi e l’Anselmi erano rimasti liberi di dirsi quel che volevano, e magari anche di accapigliarsi.

La signora Camilla certamente sospettò qualche cosa di questo genere, poichè trattenuto con un pretesto il suo cavaliere, lasciò passare avanti Elena col presidente gran croce. Rimasta così abbastanza vicina ai due rivali inviperiti, le venne fatto di cogliere a volo alcune frasi del dialogo che essi avevano insieme:

— Mi dirai ora che cosa è questa scenata? — chiedeva l’Anselmi al De Rossi.

— Signor conte, — rispondeva il De Rossi, — vi credevo più intelligente. È proprio un peccato che, con tanto spirito, siate così tardo a capire.

— È dunque una querelle d’Allemand? — riprese l’Anselmi.

— Chiamatela anche così; purchè abbia un seguito; — disse Aldo De Rossi.

— Ed una conclusione; — rispose quell’altro stizzito.

— Tanto meglio; — ribattè il De Rossi.

Il commendatore Gerardo udì anch’egli, sebbene confusamente, qualche cosa del diverbio tra i due.

— Orbene, — diss’egli, volgendosi a mezzo, con un piglio tra l’amichevole e il paterno, — che cosa borbottate, voi altri? Spero bene che l’avrete finita.