— Per l’appunto, finita; — disse Aldo.
— Ci siamo spiegati; — soggiunse il contino. — È stato un malinteso; non è vero, De Rossi?
— Certo, — rispose questi, — e il maggior torto è stato il mio.
— Questo poi no; diciamo il torto d’ambedue, — replicò il contino, — e non se ne parli più.
— Ah, bene! — gridò il commendatore Gerardo, e così forte, che potesse udirlo anche il presidente gran croce. — Quando lo dicevo io, che non c’era una ragione al mondo perchè aveste a leticare! Si crede qualche volta di avere udito una parola, ed è invece un’altra. Oppure, è quistione di significato, e ci si guasta il sangue per nulla. —
Frattanto il presidente diceva alla signora Vezzosi:
— Non so che diamine sia saltato in capo a quei due giovinotti. Ci avete capito nulla, voi, Donna Elena?
— Io no; e voi, cavaliere? — diss’ella, volgendosi al Sestavalle.
— Neppur io; — rispose l’Alcibiade. — Qualche piccola ruggine, forse. Ma sentite, parlano insieme e Gerardo li mette in pace. Dev’essere tutto appianato, oramai.
— Meno male; — conchiuse il presidente. — Perchè, a dirvela schietta, noi vecchi ci troviamo male, in questi litigi della gioventù. Sarebbe stata veramente una noia per me, se fossero andati più oltre delle parole, e questa sera medesima avrei fatte le valigie. —