Il presidente Roberti capiva benissimo che la cagione di quell’alterco era la sua bella nipote. E si disponeva a fare una solenne ramanzina, anche a rischio di vederla accolta come tante altre. Non vi formate da ciò una cattiva idea della signora Camilla. È degli zii lo sgridare per cose da nulla, e specialmente a torto, quantunque con le migliori intenzioni del mondo; è delle nipoti il ridere, specie quando si sa di non aver nulla da rimproverarsi. Del resto, se una risatina è testimonianza di poco ossequio, un abbraccio è prova d’amore, e i vecchi zii, da tempo immemorabile, amano più questo che l’altro.
Intanto che si preparava a ridere con lo zio, la signora Camilla rideva col suo cavaliere. Veramente non ne aveva una gran voglia; ma bisognava fingere, non dare a divedere il proprio turbamento. Come sarebbe andata volentieri innanzi con Elena, lasciando tutti i signori uomini insieme! Elena doveva sapere la cagione di quella improvvisa sfuriata di Aldo De Rossi. Certamente, egli era escito fuori dei gangheri per qualche discorso della signora Vezzosi. E questo bisognava sapere, per regolarsi con tutti. Ma non si poteva neanche strappare l’amica dal braccio dello zio, senza aver l’aria di una capricciosa, la quale non sapesse far altro che pazzie. Perciò si trattenne, e ragionò col signor Gerardo di cose inconcludenti, che parvero divertirla un mondo, tanto ne rise.
— Signora, — le disse il contino Anselmi, avvicinandosi a lei, mentre erano poco lungi dall’albergo della Pace, — verrete questa sera al Casino?
— Credo di no; — rispose ella. — Mio zio deve essere stanco.
— Se non si tratta che di ciò, — entrò a dire Gerardo, — potremo accompagnarvi noi altri.
— Grazie; anch’io amo riposare. Starò a fare quattro ciarle con Elena. Siamo state così poco insieme, quest’oggi! —
Mentre l’Anselmi si era accostato alla signora Camilla, Aldo De Rossi veniva innanzi da solo, e sdegnando di seguire il viale. Forse, poichè era venuto ai ferri corti col suo nemico, non sentiva più la dolorosa curiosità di udire i discorsi che si facevano tra lui e la signora Camilla. Perciò, quasi ad ostentare la propria noncuranza, era andato a spaziare nel mezzo dello stradone.
La signora Elena lo vide con la coda dell’occhio, e avrebbe voluto mandare il Sestavalle a tenergli compagnia; ma erano oramai al termine della loro passeggiata e non occorreva più usargli quest’atto di misericordia.
— Vuol dire, — fece l’Anselmi, quando si fu davanti all’uscio dell’albergo, — che questa sera le signore...
— Riposeranno; — interruppe la signora Elena, che aveva indovinato il resto della frase, e che aveva sentito dianzi il discorso di Camilla. — Perciò i cavalieri son liberi; meno il Sestavalle, che avrà la bontà di portarmi in camera il libro che m’ha promesso stamane. —