— Tu dunque ci lasci? — chiese la signora Vezzosi. — Così presto?

— Sì, che vuoi? Debbo andare a Parigi, per rinnovare il mio vestiario. Anzi, ho già tardato fin troppo, e corro il rischio di prendere gli avanzi. È vero che Wörth non mi tratta più come la prima venuta; — si affrettò a soggiungere la signora Margherita, con un sorrisetto di soddisfazione, a cui il naso rispose con espansione paterna. — Intanto, passerò il solito mesetto a Parigi, e poi tornerò, ma per andar subito alle acque.

— Ti dài bel tempo? — osservò gentilmente la signora Vezzosi.

— Mio Dio, sì. Non ti par giusto, dopo un inverno così noioso? È vero che tu non te ne sei avveduta. Sei rimasta così in disparte! A proposito, e perchè?

— Sai, Margherita, non si ha sempre voglia di divertirsi. Del resto, dobbiamo fuggire il mondo prima che il mondo fugga noi.

— Lo dici perchè non ne credi un ette; — replicò la signora Margherita. — Che ne dite voi, signori, di questa modestia della nostra bellissima Elena? — soggiunse, volgendosi ai due Alcibiadi. — Mostrate alle dame che l’antica galanteria non è spenta.

— Noi ascoltavamo in un religioso silenzio; — rispose Alcibiade primo. — È così dolce e così nuovo vedere una grande modestia accoppiata ad una grande bellezza!

— Ah, meno male! — esclamò la signora Margherita.

— E poi, — aggiunse Alcibiade secondo, — da lunga pezza la signora Elena lo sa, che dipende solamente da lei di farci combattere un’altra guerra per dieci anni.

— No, per carità! — gridò la signora Vezzosi. — Avrei troppa paura del cavallo di legno.