Erano le nove di sera, quando il cavaliere Sestavalle entrò per la seconda volta nel salottino della signora Camilla. Le due dame erano sole e dovevano restar sole ancora un bel pezzo, poichè il presidente gran croce aveva trovato un avversario degno di lui al giuoco degli scacchi, e proprio allora incominciava a dargli la rivincita, assistito dal commendatore Gerardo, che ne capiva poco, ma si dava l’aria di saperne moltissimo e di trovarci un gusto matto. Che fare, del resto? Bisognava pure ammazzare il tempo, aspettando l’ora del sonno.

Il cavaliere Sestavalle giungeva carico di notizie, e della più alta importanza. Le signore avevano indovinato; era guerra dichiarata, guerra ad oltranza fra i due giovanotti. L’Anselmi cercava padrini da una parte; il De Rossi cercava padrini dall’altra; o, per dire più veramente, ne cercavano tutt’e due nel medesimo luogo, mentre in una sala si cantava e nell’altra si giuocava a biliardo. Il povero Sestavalle era appena capitato nella sala del pianoforte, che già doveva sostenere un fierissimo assalto. Il contino Anselmi era stato il primo a vederlo, e lo aveva afferrato, condotto in una camera attigua, messo tra l’uscio e il muro, chiedendogli per somma grazia che volesse fargli da padrino.

Padrino, lui? In un duello? Sicuramente, lui, il cavaliere Sestavalle. Già, dice il proverbio che in mancanza di cavalli si fanno trottare.... altri quadrupedi. L’Alcibiade, così pregato e scongiurato dal contino Anselmi, era stato un po’ in forse, ma due considerazioni vinsero le sue esitanze. Il Sestavalle non era nuovo del tutto alle armi, poichè aveva prestato lunghi e onorati servizi nella guardia nazionale, buon’anima sua; ed anzi, appunto a dieci anni di spalline, nobilmente portate in pro’ del palladio, andava debitore della sua croce di cavaliere. Lo vedete anche voi, lettori umanissimi, noblesse oblige. Inoltre, come non accogliere la domanda dell’Anselmi, se quello era il miglior modo di saper tutto? Senza averlo chiesto senza aver mostrato di desiderarlo, egli entrava di botto nella questione, e avrebbe potuto riferirne i più minuti particolari alle dame.

Egli aveva dunque accettato, premettendo tuttavia di non avere una gran pratica di quelle faccende. Ma di ciò non si dava pensiero l’Anselmi. A lui era necessario anzi tutto di avere un padrino serio e discreto, che conoscesse le cagioni dello scontro e la impossibilità di evitarlo. Quanto ai particolari, alle piccole cure dell’ufficio, bastava l’altro padrino, un giovinotto forastiero, che l’Anselmi aveva conosciuto all’albergo della Torretta. E qui, senza por tempo in mezzo, il contino presentò al Sestavalle il suo compagno di seccatura. I due padrini si ricambiarono i saluti d’obbligo; e il nuovo venuto ricordò amabilmente al Sestavalle di averlo veduto qualche giorno prima alla Speranza, insieme con due belle signore che avevano fatta una partita al biliardo. L’Alcibiade rammentò a sua volta il giovine forastiero, che giuocava a picchetto con la sua elegantissima compagna. Essersi veduti una volta, era già una mezza conoscenza; da far da padrini insieme era un’amicizia senz’altro. E come amici si strinsero la mano; dopo di che, andarono ad abboccarsi coi padrini del signor Aldo De Rossi.

Aldo, infatti, aveva già trovati i suoi; un maggiore di fanteria ed un professore di storia naturale. Le due professioni non erano troppo bene assortite; ma il De Rossi non aveva avuto mica il tempo di scegliere. Quei due gentiluomini erano dei pochissimi con cui egli avesse barattato parole al Casino. Del resto, se uno era guerriero, e, per conseguenza, pratico d’armi, l’altro era medico, e, per conseguenza, pratico di ferite. E dato l’ufficio a cui essi dovevano prestarsi, l’assortimento c’era.

Quattro persone educate non durano fatica a trovarsi d’accordo. Aggiungete che, per desiderio espresso dei loro primi, dovevano metterci anche una certa dose di buona volontà. La quistione era delicatissima, ma senza difficoltà; o, per dire più veramente, le difficoltà c’erano, ma i due primi non volendo dir chiaro e tondo come fosse nata e volendo invece far presto, non lasciavano appigli, nè gretole, a quei curiosi cavillatori che sono per solito i padrini. La scelta delle armi poteva essere un guaio, non sapendosi bene chi fosse lo sfidatore e chi lo sfidato, o chi il provocatore e chi il provocato; ma anche questa difficoltà era appianata dal fatto che ai bagni di Montecatini non si sarebbero trovate due spade, nè due sciabole, dato il caso che si volesse fare un duello all’arma bianca, mentre uno dei padrini aveva per l’appunto nelle sue valigie un bel paio di pistole, che pareva proprio il fatto loro. I due primi ne avevano pochi degli spiccioli, e meno da spicciolare; il mezzo più sbrigativo era dunque di farli battere alla pistola. Si andava di buon mattino a Monsummano alto. Il pretesto era pronto: una passeggiatina igienica. Lassù, tra le rovine del vecchio castello, all’aria aperta, due colpi per uno erano presto sparati. Se poi i due combattenti ne avessero voluti di più, andassero a cercarsi un’altra coppia di padrini per ciascheduno; essi, i facili ordinatori della giostra, non volevano prestarsi alla continuazione del giuoco, nè aver aria di tentare il diavolo oltre i limiti della discrezione.

Il nostro povero Sestavalle era rimasto un po’ sbalordito da quel modo spicciativo di concertare le cose. Ma già, egli non aveva pratica e doveva lasciare il mestolo a chi sapeva maneggiarlo. E perciò s’era contentato di dir sempre: et cum spiritu tuo.

Frattanto, poichè la ricerca affannosa dei padrini, il loro abboccamento, e infine i negoziati erano stati fatti nel corso di un’ora, nelle sale del Casino, la gente radunata colà non aveva tardato a insospettirsi. I quattro padrini si separavano appena, per recarsi ad informare d’ogni cosa i loro primi, che già la voce del duello imminente si era sparsa nella sala da giuoco, e di là nella sala da ballo.

Il nostro Sestavalle, fatto il debito suo con l’Anselmi e promessogli di ritornare più tardi per gli opportuni concerti, stava già per infilar l’uscio dell’anticamera, quando si vide impedire il passo da una bella signora. La cosa gli sarebbe tornata piacevole in ogni altra occasione, ma non allora, poichè egli era impaziente di giungere all’albergo della Pace, dove lo aspettavano le sue belle curiose. Ma bisognava fare di necessità virtù, e l’Alcibiade si era rassegnato, riconoscendo la signora Augusta Maravigli, soprano assoluto, che appunto quella sera, mentre egli ragionava d’armi e d’armati, s’era fatta applaudire dalla società del Casino, cantando con molto sentimento il Vorrei morire del mio amico Tosti.

Non so se la signora Augusta Maravigli volesse morir lei davvero; ma certamente non voleva lasciar morire gli altri, e meno di tutti l’Anselmi.