— Signor.... signor.... — aveva incominciato la diva, mostrando, insieme con la perplessità della parola, il rammarico di non sapere il nome dell’uomo a cui voleva contendere il passo.
— Emilio Sestavalle, a’ suoi comandi; — aveva risposto lui, ma col gesto di uno che non amava di restarci troppo.
— Signor Sestavalle, perdoni; il conte Anselmi ha un duello.... —
Così l’alunna d’Euterpe entrava risolutamente in materia. E perchè il cavaliere Sestavalle si stringeva nelle spalle e allungava il muso, col desiderio evidente di non risponder altro, la signora Augusta proseguì:
— Non mi dica di no. Lei è uno dei suoi padrini. So tutto.
— Signora, poichè Ella sa tutto.... —
E così dicendo, l’Alcibiade si tirava rispettosamente da un lato, come in atto di riverirla, per proseguire la sua strada. Ma una scappata di quella fatta non comodava punto alla signora Augusta Meravigli.
— Perchè questo duello? — diss’ella, mettendogli audacemente la mano sopra un bottone del soprabito. — E per chi? Per una donna, non è vero? —
E fremeva di sdegno, parlando in tal guisa, e schizzava fuoco dagli occhi. Un poeta della vecchia scuola avrebbe pensato al corruccio di Giunone, quando la Dea ebbe fumo delle prime scappatelle di Giove. Ma il nostro Sestavalle non era un poeta, e quello, del resto, non era un momento da paragoni classici.
— La prego; — diss’egli; — lasciamo stare le donne. Il bel sesso si cita mal volentieri, in queste faccende.