— Perchè? Se fossi un uomo, intenderei la sua riserbatezza e l’avrei anche per una lezione meritata; — rispose la signora Augusta. — Ma sono donna anch’io... Ed ho il diritto di sapere... L’avverto, signor Sestavalle, ho il diritto di sapere!...

— Eh, non dico il contrario; — replicò il Sestavalle. — Ma in questo caso, mi voglia perdonare l’osservazione indiscreta.... o perchè non chiederne direttamente a lui? —

Ad una domanda così ragionevole, la signora Augusta rispose con un gesto d’impazienza.

— Signor Sestavalle, — soggiunse poscia, con aria tra lusinghiera e solenne; — Lei è un uomo?

— Signora.... — balbettò l’Alcibiade, chinando la testa e stendendo le braccia, in atto di umiltà. — Un pover uomo, se vuole.... ma un uomo.

— Ella dunque sarà cortese con le donne. È uomo e ne ha l’obbligo.

— Sicuramente.... sicuramente!

— Dunque, la prego, venga con me. —

Anche a voler fare diverso, l’Alcibiade non avrebbe potuto liberarsi, poichè la signora Augusta teneva sempre quel benedetto bottone. E il bottone e il suo proprietario si lasciarono trascinare fino ad uno dei sedili che erano sul terrazzino.

— Mi stia a sentire; — ripigliò la cantante, com’ebbe preso posto sul sedile e obbligato il Sestavalle a fare altrettanto. — Vuol meritare la mia amicizia?