— Che dice, signora? È il mio voto più ardente; — rispose l’Alcibiade, tirato dalla consuetudine alle fioriture del linguaggio galante. — Mi dica che cosa debbo fare per ottenerla.
— Questo duello è impossibile; — riprese la signora Augusta. — Non mi conviene; non deve farsi.
— Ma, signora....
— Capisco; ciò che non conviene a me, potrebbe convenire invece a Lei ed ai suoi degni colleghi. Già, lor signori, quando possono veder spargere il sangue del loro simile!...
— Oh, non me ne parli, per carità! — interruppe il calunniato Alcibiade. — Io amare gli spargimenti di sangue? E del mio simile, per giunta? Ma neanche d’un bue; neanche d’un agnello; che non sono nè l’uno nè l’altro miei simili, se non forse per qualche qualità morale, come potrebbero insinuare i maligni. Io, veda, sono in questo pasticcio, perchè.... In fede mia, è il caso di domandarlo; perchè ci sono? Lo ignoro. Mi ci sono trovato contro la mia volontà, quasi senza avvedermene. Ma ora che ci sono, capirà, ci ho da stare e non è in poter mio di disfare ciò che è stato fatto, di sconcertare ciò che è stato concertato.
— Per quando? — chiese la diva, cogliendo la frase al volo.
— Oh, questo non lo so.
— Come, non lo sa? Un padrino?
— Signora, è proprio così come ho l’onore di dirle. Non lo so, perchè di questo non si è ancora parlato. Ma certo, — soggiunse il Sestavalle, facendosi forte dietro il riparo della propria ignoranza, — quand’anche lo sapessi.... cioè, quand’anche fosse stato combinato il giorno e l’ora, io non potrei in coscienza dir nulla. Ci sono certe norme di delicatezza cavalleresca, che, non si possono violare per nessuna ragione, e neanche per far piacere alla più bella donna del mondo. —
Briccone d’un Alcibiade! Come ripigliava il possesso di scena, che l’improvviso attacco gli aveva fatto smarrire!