— Or ora lo vedrai. Sestavalle, a noi! Il riserbo cavalleresco non vi permette di dire alla più bella donna del mondo l’ora e il luogo dello scontro; ma a noi che non siamo la signora Augusta Meravigli.... —
L’Alcibiade, che aveva capito dove la signora Camilla volesse andare a battere, fu pronto ad interrompere la frase.
— A voi, che siete due meraviglie, — diss’egli, — racconterò tutto, dall’a fino alla zeta. I nostri due primi si batteranno domattina. Salvo qualche piccolo cambiamento, che potrebbe essere stabilito più tardi, il barone Marcovic, che è l’altro padrino e mio collega, verrà dalla Torretta all’Albergo della Pace, insieme col contino Anselmi, verso le cinque. E alle cinque in punto si partirà tutti, in due carrozze, per Monsummano, donde, col pretesto di una gita igienica, come mi pare d’avervi già detto, si salirà fino alla vetta del monte. Ahimè! — soggiunse l’Alcibiade sospirando. — Penso già con dolore a quella ripida ascesa.
— Benissimo; — esclamò la signora Camilla; senza darsi un pensiero al mondo dei dolori dell’amico Sestavalle. — Queste cose dovrà saperle anche la signora Meravigli.
— Anche lei! — gridò l’Alcibiade, stupito. — E perchè? E chi si prenderà la cura di andargliele a dire?
— Il perchè lo so io; — rispose Camilla. — Quanto all’ambasciatore, sarete voi. Sicuramente le siete debitore di questo piccolo uffizio, dopo averla piantata là al Casino, come Olimpia sullo scoglio.
— Ma io, signora mia.... Pensate....
— Ho pensato a tutto. Col pretesto di vedere l’Anselmi per qualche nonnulla, dimenticato nella fretta, dovete andare all’albergo, dove essa è alloggiata.
— La cantante sarà ancora al Casino; — disse l’Alcibiade.
— Meglio così; la vedrete al Casino, e troverete il modo di farle avere una lettera.