— Una lettera! E di chi, se è lecito?

— Una lettera che scriverò io. Infatti, guardate, incomincio. —

E mandando i fatti compagni alle parole, la signora Camilla si pose allo scrittoio, per buttare su d’un foglietto di carta pochi versi della sua calligrafia aristocraticamente sottile. Indi, piegato il foglio e ficcatolo nella sua sopraccarta, scrisse il ricapito: Alla signora Augusta Meravigli.

— Eccovi qua; — diss’ella, consegnando la lettera al cavaliere; — andate.

— Signora.... — balbettò egli. — È presto detto: andate! Sono il padrino dell’Anselmi.... onore che non ho cercato io! Come volete che lavori ad impedire il duello che ho aiutato a concertare? Perchè questa è la vostra idea, non è vero?

— Orbene, e se lo fosse?

— Se lo fosse, — ripigliò l’Alcibiade, — non toccherebbe a me di prestarvi mano. Figuratevi! Se lo risapessero mai i padrini avversari!... Infine, considerate che non sono in questo pasticcio per colpa mia....

— Ci siete per colpa nostra; — rispose Camilla. — Ci siete in qualità di nostro schiavo, e dovete obbedire; altrimenti, badate, mi metto la mantellina sulle spalle, prendo il vostro braccio, vado io al Casino, e faccio una scena che vi piacerà poco.

— Signora, voi siete feroce! Andrò, come volete, andrò; ma vi avverto che mi metto in un brutto impiccio. Entrerò nella fossa dei leoni, e senza essere Daniele.

— Non temete, penso io a salvarvi dalle loro unghie. Ma andate, in nome di Dio! Sento nel corridoio i passi di mio zio e del signor Gerardo. Quando avrete fatta l’ambasciata, tornate a darmene avviso; vi aspetto. —