— Vi raccomando le zanzare; — disse l’altro Alcibiade. — Io andrò a Monsummano.

— A Monsummano! E perchè? Sareste sordo, per avventura? — domandò la signora Margherita, che per quel giorno dava la battuta in orchestra.

— Non come voi, baronessa; — replicò l’Alcibiade secondo, torcendo amabilmente il collo.

La signora Margherita aperse le labbra ad un sorriso e il naso ad una delle solite espansioni concomitanti.

— Questo m’ha l’aria di un complimento: — diss’ella.

— Il cavaliere Sestavalle è sempre galante; — notò cortesemente la padrona di casa.

— Vecchia scuola, signora mia, vecchia scuola! — disse l’Alcibiade, ridendo.

— È la buona; — si degnò di soggiungere la baronessa.

In quel mentre fu annunziata la visita del contino Anselmi; un capo scarico, un matto grazioso, che passava la sua vita in società come una farfalla tra i fiori, aliando un po’ a destra, un po’ a manca, seminando da per tutto il suo spirito facile e la sua filosofia leggiera; l’unica che sia sopportabile in questo mondo, già così pieno di sopraccapi, grattacapi ed altri simili rompicapi.

Ossequiata la padrona di casa, fatta riverenza alle visitatrici e stretta la mano ai due Alcibiadi, il contino Anselmi piantò la fida lente nell’occhiaia destra, il gomito sinistro sulla spalliera di un seggiolone, e così prese a parlare: