— Lo spero; — disse Elena. — Il Sestavalle ha dormito alla Torretta, per esser vicino all’Anselmi. Bisognerà aspettarlo.
— E Gerardo lo sa? — chiese Camilla.
— Sì; non ho creduto di dovergli nascondere i nostri tentativi. Povero Gerardo! egli è tanto buono! Sento di amarlo doppiamente, oggi. —
Così parlava la signora Elena. Ed ecco, lettori discreti, ecco un uomo che non saprà mai a che fortunata combinazione egli sia debitore di una ripresa d’affetti coniugali. Uomini felici, che passano sulla scena del mondo, vedendo sempre la superficie delle cose, e nient’altro che la superficie! A buon conto, non è forse meglio così?
Essendo presenti i Vezzosi, non era più necessario che la signora Camilla ritornasse nelle sue camere. Perciò scesero tutti al pianterreno, per accompagnare il De Rossi.
La carrozza di Aldo stava in attesa, davanti al portone. Aspettando il caffè, ed essendo lì vicino il portiere, non si reputò conveniente di alludere al grave caso che raccoglieva tutta quella gente sull’ingresso dell’albergo, e si ebbe l’aria di parlare d’una scampagnata a Collodi. Sì, proprio a Collodi! Orazio avrebbe collocato qui una ripetizione del suo famoso: «Credite posteri.»
Poco stante, si udì dallo stradone un rumore di ruote. Una carrozza veniva a furia dalla parte del Tettuccio.
— Son essi, e veramente puntuali; — disse uno dei padrini, il maggiore di fanteria, dando una guardata all’orologio.
La carrozza venne a fermarsi davanti al portone. I due padrini di Aldo escirono tosto, per andare al montatoio, a ricevere i colleghi della parte avversaria. Erano essi per l’appunto, ma soli. Il contino Anselmi non c’era.
Aldo, affacciato all’ingresso, non potè trattenere un gesto di meraviglia. Quanto ai suoi padrini, lo avevano già fatto, e stavano appunto chiedendo perchè mancasse l’Anselmi.