Il Maggiore prese la lettera dalle mani del Vezzosi e lesse anch’egli, tenendo il foglio alquanto da un lato, affinchè potesse leggere con lui il professore di storia naturale. Ambidue convennero che la signora Camilla aveva ragione. Sfido io! Una donna bella ha sempre ragione, e la sua bocca è una fonte di verità.

Aldo De Rossi, vedendo che tutti leggevano prima di lui si era allontanato di alcuni passi e andava su e giù, facendo le volte del leone sul marciapiede dell’albergo. Per desiderio della signora Camilla il foglio fu trasmesso anche a lui. Aldo lo prese con aria svogliata, ma nel fatto con una grande impazienza di leggerlo.

Vediamolo anche noi, poichè lo legge il De Rossi. Il conte Anselmi scriveva in questa forma alla signora Camilla:

«Signora,

«Ho fatto parecchie cose a malincuore, e posso dire anzi con rammarico. E adesso ne fo una con piacere, quantunque la penna mi serva male. Infatti, c’è sempre un po’ di ritegno a parlare di certe faccende con una signora; peggio poi con quella stessa... Ma non caschiamo a filosofare, che è il peccato del secolo, e raccontiamo le cose come stanno. La morale verrà dopo.

«Il signor De Rossi mi ha provocato ieri, al Rinfresco. Le parole erano misurate, ma il senso era chiaro, così chiaro che ho dovuto provvedere alla tutela del mio onore, mettendo la cosa in mano a due padrini. Voi sapete già tutto questo, e sapete anche una parte di ciò che debbo raccontarvi ora. Veramente, il venirvi a spiattellare un secreto del mio cuore, o della mia testa, foss’anco il segreto d’Arlecchino, non sarebbe da uomo di garbo, e i cavalieri antichi non ci sarebbero incappati. Ma qui, signora mia, tutto è nuovo e passabilmente strano. E con tutta la poca voglia che ne avrei, debbo pure parlarvi del duello ed anche di una certa persona, che voi avete scoperta, e da cui mi trovo stretto d’assedio. Eccolo qua, l’uomo che si aspetta, occupato nelle più audaci scorribande; eccolo qua, chiuso tra quattro pareti, nell’albergo della Torretta, ubbidiente ad una voce, che, con una leggiera variante nella parola, potrebbe dirsi di sovrano assoluto.

«Il sovrano, o l’assediante, non avrebbe già potuto vantarsi di tenermi sotto chiave. Egli era così poco sicuro della sua forza materiale, così timoroso d’una mia sortita dalla piazza, che ha dovuto far capo ad un mezzo speditivo, facendomi saltare il deposito delle polveri. Son qua, signora mia, disarmato dalla lettura di una nota lettera, che dice a un dipresso così: «Impedite questo duello, che io non capisco, e che è cagionato sicuramente da un equivoco. Non ci può essere quistione tra il signor De Rossi, l’uomo che io amo, e il signor conte Anselmi, amico nostro leale, ma nient’altro che amico.»

«Signora, questa lettera è vostra ed io l’ho letta con quell’attenzione e con quella reverenza che meritano i vostri caratteri. Questa lettera mi ha persuaso che non ci farei la più bella figura a muovermi di qui, senza chiederne il permesso a Voi. Per andare ad oste contro il signor Aldo De Rossi, debbo passare nei vostri dominii. Bella dama, consentirete voi che io lo faccia? E se mi volete disposto a restare, in qual modo mi salverete dalla taccia di pauroso?

«Vedete voi, bella dama, giudicate voi; sono ai vostri ordini. Posso essere leggiero, come è opinione di molti; ma sono onesto e non voglio fu piangere nessuno per deliberato proposito. È veramente un caso strano, che, tra due uomini disposti ad entrare in lizza, si mettano arbitre le donne. Ma non sarà mai detto che il caso strano mi trovi puntiglioso e caparbio. Signora, accetto l’arbitrato. Dite voi ai miei padrini se debbo andare o restare. Per me è quistione di pochi minuti, e i padrini dell’altra parte non vorranno chiamarmi in colpa per pochi minuti, messi a disposizione della dama, a cui bacio riverente le mani.»

Non mi fermerò a commentarvi la lettera del contino Anselmi, e neanche a riferirvi la scena intima dopo cui era stata scritta. Già avrete capito l’essenziale, cioè che il sovrano assoluto si era diportato veramente da sovrano assoluto, e che, non potendo vincere con le buone la caparbietà dell’Anselmi, lo aveva umiliato senz’altro, mostrandogli la lettera della signora Camilla Rivanera. Il povero contino ne era rimasto ferito, crudelmente ferito nelle sua vanità; aveva veduto il ridicolo di cui si sarebbe coperto, andando a battersi per una donna che gli dichiarava chiaro e tondo di amare il suo avversario, e si era facilmente persuaso della necessità di comparire un uomo di spirito. Come sapete, ci guadagnò anche la riputazione d’uomo di cuore.