— Allora non parlo più; — diss’egli. — Se le mie oneste intenzioni sono così neramente sospettate....
— Via, lascialo dire, povero Anselmi! — mormorò la baronessa, con accento di preghiera. — Se no, è capace di morirne.
— Margherita intercede per voi; — riprese la signora Vezzosi. — Parlate, Anselmi. Se sarà troppo forte, fingeremo di non avere udito nulla.
— Di male in peggio! — gridò il contino Anselmi, con accento di comica disperazione. — E voi credete proprio, Donna Elena, che io voglia dire delle cose assai gravi? Venezia è stata famosa un tempo nell’arte per una scuola di coloristi insigni; che ci sarebbe di male se le nostre due dame più colorite andassero colà, a rinfrescare le tradizioni della scuola? Eccovi tutto quello che io ci avevo da dire.
— Proprio tutto? Nient’altro che questo? — domandò la baronessa, con aria d’incredulità, mista ad un pochino di disillusione.
— Nient’altro che questo; lo giuro ai Numi! — rispose il contino Anselmi. — Ma già, capisco; questa è la sorte che tocca a tutti gli oratori, che hanno lasciato sperar molto di sè.
— Sperare! È un po’ troppo. Noi temevamo; — osservò la signora Vezzosi.
— Risposta arguta, e m’inchino al vostro spirito, Donna Elena; — replicò il contino. — Con voi non c’è modo di collocare una malignità.
— E che dite, signor conte, della Milani, che va invece a Tabiano? — chiese a sua volta la signora Amalia Bertini.
— Che ne so io, signora? Ci andrà per dimagrare.