— Al Monte Generoso; — suggerì Alcibiade secondo.
— O sul Davalagiri; — soggiunse l’Anselmi.
— Il Davalagiri! — esclamò la baronessa. — Che stazione di bagni è questa mai?
— Non è una stazione di bagni, Donna Margherita. Non ci si fa altro che la cura dell’aria rarefatta. Il luogo è in India, sulla catena dell’Imalaia, ad ottomila metri sul livello del mare.
— Sempre lo stesso capo ameno! — disse la signora Bertini.
— Del resto, — ripigliò l’Anselmi, — la Rivanera andrà dov’è andata l’anno scorso. Qui a bu boira, dice il proverbio francese. Ed essa berrà le acque di Montecatini; o, per dire più esattamente, le berrà lo zio, presidente e gran croce. Le acque del Tettuccio sono acque eminentemente politiche, amministrative e giudiziarie, come il mal di fegato che hanno la fama di guarire. A proposito, Donna Elena, perchè non raccomanderemo le acque del Tettuccio al mio amico Gerardo?
— Per carità, non ne fate nulla. Volete mandarmi a morire dal caldo in Val di Nievole. Meglio centomila volte Courmayeur, con le valanghe, le ribaltature e i cretini, di cui mi parlavate poc’anzi. —
Il contino Anselmi stava per rispondere qualche altra spiritosità delle solite; ma gli furono mozzate le parole in bocca da un atto della baronessa, che accennava di volersene andare.
— Dunque addio, la mia bella e cara Elena; — diss’ella, abbracciando l’amica e mettendole il naso sulla guancia. — O piuttosto, a rivederci in novembre.
— E tu, bada a non dimenticarti di noi, a Parigi. Voglio sperare che, se avrai un ritaglio di tempo...