— Vi ha mai manifestate le sue opinioni in proposito?
— No, ma un uomo giunto alla sua età, cioè a dire con tanti anni di navigazione, e per conseguenza passato per tante burrasche, o sarebbe naufragato prima, o non ci casca più. Questa è la mia opinione. —
La signora Vezzosi stava per rispondere, quando si udì un rumore di passi nell’anticamera.
— Ecco Gerardo; — diss’ella. — Son già le sei!
— Signora, ecco un’osservazione e un accento molto lusinghieri per me.
— Ma sì, ma sì! — rispose la signora Vezzosi, sorridendo amabilmente. — Mi avete fatto volare il tempo, con le vostre follie. —
La bussola si aperse ed entrò nel salotto il commendatore Gerardo Vezzosi. Non meritava il suo cognome, in verità, ma non poteva neanche dirsi un uomo antipatico. Portava gli occhiali d’oro e la barba corta intorno al mento, per somigliare al conte di Cavour, buon’anima sua; ma non ne veniva a capo. Era ancora troppo smilzo, per essere tolto in iscambio. Era stato deputato, tant’anni addietro, e si parlava sempre di lui come di un senatore possibile. Egli, del resto, aspettando la nomina, ne aveva già l’aria. In gioventù peccava di ruvidezza, e l’ingratitudine degli elettori e qualche fiasco elettorale, sopravvenuto a renderla più solenne, non avevano contribuito a farlo più maneggevole. Ma da qualche anno, e per il solo fatto che i giornali lo avevano preconizzato senatore in quelle loro liste fantastiche da cui suol essere preceduta una infornata ministeriale, il commendatore Gerardo era diventato uno zucchero, un marzapane, sorrideva a tutti, dava volentieri del tu e versava anche più volentieri nel seno dei conoscenti la piena delle sue idee sulla politica estera. Come vedete, faceva il suo mestiere di candidato; cosa che non disdisse neppure a Cesare, che era Cesare e aveva domate le Gallie.
— Gerardo, — gli disse il contino Anselmi, stendendogli la mano, — son qui a fare una guerra atroce alla tua signora.
— Ah sì? — fece il commendatore sorridendo benevolmente. — Speriamo almeno che avrà saputo difendersi.
— Non ne dubitare. È una cittadella. Ed io, poichè tanto le son giunti i soccorsi, levo prudentemente l’assedio. —