Aldo De Rossi, battezzato dal contino Anselmi con l’epiteto di scimunito, non rendeva pan per focaccia a lui, nè ad altri della sua risma. Apparteneva al numero di quei pochi che non si risciacquano mai la bocca dei torti e dei difetti di nessuno, e che, quando possono, o se ne ricordano, rendono giustizia a tutti. Egli faceva anche di più, e questo era un difetto suo; si esagerava facilmente i meriti di tutti. Avrete già capito di qui che Aldo De Rossi pigliava ombra d’ogni più piccola cosa e in ogni rivale assiduo vedeva un rivale fortunato. Innamorato, come possono esserlo soltanto certi caratteri malinconici e chiusi, che ardono e si consumano da sè come la lampada dei sepolcri (vecchia lampada, ti rimetto io, dopo tanti anni d’ingiusta dimenticanza, all’onore del mondo), Aldo si struggeva di vedere tanti farfalloni intorno alla donna amata, e s’immaginava d’esser l’ultimo, anzi peggio che l’ultimo, nelle grazie di lei.
Nè senza un po’ di ragione, in verità. La dama era tanto cortese, tanto umana, tanto facile dispensiera di vezzi alla moltitudine de’ suoi adoratori, che Aldo De Rossi giunse fino a pensare d’essersi innamorato d’una creatura vana, come ce ne son tante, e in forma d’angioli, sotto la cappa del cielo. Immaginate come ne soffrisse. Ma non c’era rimedio, poichè il male era fatto, e Aldo De Rossi era uno di quei caratteri intieri e diritti, che, una volta avviati, non tornano più indietro.
Intanto egli si trovava a mal partito, e avrebbe potuto dire con Dante: «Io sono tra color che son sospesi.» Non dava un passo indietro, ma non ne faceva uno avanti; e quella incertezza dolorosa gli toglieva, non solo la serenità dello spirito, ma anche l’uso della parola. Intendo l’uso vero e proprio della parola, che è stata data all’uomo per dissimulare il pensiero; chè, quanto a dire buon giorno, buona sera e tutte l’altre frasi di prima necessità, Aldo De Rossi ci reggeva ancora. A farvela breve, ci aveva l’amaro in corpo; qual meraviglia se non poteva dar fuori il dolce? Ma il peggio era questo, che egli, sempre così torbido e muto accanto alla donna amata, diventava libero, sciolto, perfino arguto, con tutte le altre. Perchè non c’era solamente la signora Vezzosi, che avesse i cavallereschi omaggi del signor Aldo degnissimo. Le necessità del racconto mi obbligano a non presentarvene che una; ma in verità ce n’erano parecchie. E tutte riconoscevano in Aldo De Rossi un compito cavaliere; fors’anche qualcheduna, oltre la signora Elena, avrebbe gradita una corte meno superficiale e generica.
Sempre così, non è vero? Si ha presso questa o quella delle proprie conoscenze la giusta misura di quel che si vale; ma si va al cospetto di una donna a cui si vorrebbe far atto di vassallaggio e di sudditanza, a cui frattanto si scocca un inno in un’occhiata, un poema in una stretta di mano; e si sente subito un gran freddo; l’inno si gela a mezz’aria; il poema resta inedito in pectore; ci si ritrova piccini piccini, ed anche passabilmente ridicoli. Là, proprio là, dove si voleva essere qualche cosa, con l’onesto desiderio di offrire qualche cosa in omaggio di leale servitù, non si è, non si vale, non si conta più nulla.
Una sera, non reggendo più a quel trattamento, che si era forse anche un po’ meritato col suo umore scontroso, prese di schianto il cappello. Lo prese nel senso figurato e nel proprio, e se ne andò dalla casa della donna amata; un’ora dopo che c’era entrato, e col proposito di restarci per tutta la sera! Il poveretto aveva centomila diavoli in corpo e andò girelloni per le vie della città, senza sapere che si facesse, proprio alla guisa dei matti. In uno di quei lucidi intervalli che occorrono nelle pazzie più acute, come le radure nei boschi più folti, Aldo De Rossi riconobbe il palazzo in cui abitavano i Vezzosi; vide lume dalle finestre del salotto della signora Elena, e si ricordò che, dopo quella tale conversazione, in cui le aveva manifestato l’animo suo, non era più stato a farle visita.
Era una scortesia, dopo la gentile profferta che la signora Elena gli aveva fatta, di aiutarlo in ogni occasione. Aldo pensò allora che la sua serata era andata a male. Abitudini di caffè, o d’altri ritrovi mascolini, non ne aveva da un pezzo. Perciò, soccorrendo la ragione del caso, che è spesso la ragione determinante delle azioni umane, infilò il portone e salì dalla signora Elena.
Anche in casa Vezzosi c’era conversazione. Il commendatore Gerardo faceva la sua partita con una mezza dozzina di uomini gravi. La signora Elena, la commendatrice, stava a chiacchiera con gl’inevitabili Alcibiadi, con qualche Socrate sperso e con due o tre dame della sua corte. S’intende che erano tutte meno belle di lei; che altrimenti Aspasia non le avrebbe sopportate.
Aldo De Rossi ha accolto come un Pericle.
— Ah, siete qui, voi? Che miracolo è questo?
— Donna Elena, non è un miracolo. Dite piuttosto il desiderio di ossequiarvi.