— Lasciamo andare i complimenti. Vogliamo notizie del mondo. Siete l’ultimo arrivato e dovete portarcene il fior fiore. Ecco qui il cavaliere Sestavalle, il quale pretende che il matrimonio della Morandini sia andato a monte.

— Il matrimonio si farà; — rispose Aldo De Rossi, con una sicumèra che non era rincalzata dal menomo grado di certezza.

— Scusate, De Rossi, — entrò a dire Alcibiade primo, che era, come sapete, il cavaliere Sestavalle, — io ripeto ciò che m’ha detto il Cusani, che è lo zio materno della sposa.

— Non vuol dir nulla; — replicò Aldo De Rossi, con la medesima asseveranza; — vedrete che il matrimonio si farà ugualmente. Lo sposo è innamorato; la sposa è deliberata di entrare in convento, se non le dànno il Revelli. O il Revelli, o la clausura. Che volete di più?

— Signor De Rossi, — rispose l’Alcibiade, inchinandosi, — voi siete meglio informato di me.

— Non vorrei farvi dispiacere, — disse Aldo, inchinandosi a sua volta, — ma questa è la verità. Un forte amore deve passare avanti a tutte le quistioni di dare e avere, che inventano i signori babbi, per tormentare i poveri cuori. In fin de’ conti, non sono mica i babbi che hanno da sposarsi, ed io non capisco perchè s’impuntino a voler fissare i termini di una felicità che essi non hanno a godere. Una sola cosa è vera, una sola cosa trionfa di tutti i calcoli umani; l’amore. Il quale, poi, — soggiunse Aldo De Rossi, mutando tono con una facilità straordinaria, — ci conduce a fare tutte le più grandi sciocchezze del mondo. Già, incominciamo a dire che spesso si crede di amare e non si ama. Qualche volta avviene di cedere ad un movimento di stizza, e di procacciarsi un inferno in questa vita, peggiore di quello che ci è minacciato nell’altra. Auguro agli sposi di amarsi davvero e di non dover finire che in purgatorio. —

Aldo De Rossi seguitò un bel tratto su questo tono, senza neanco sapere che diavolo dicesse. Era maravigliato dentro di sè d’aver buttata là con tanta sicurezza una bugìa di quella fatta, e voleva affogarla in un mare di parole, come se ciò potesse farla dimenticare all’udienza. E tirò avanti in quella forma, finchè lo lasciarono dire.

— Infine, — proseguiva, — che cos’è l’amore? Un inganno scambievole. Ci si avvede poi che uno ci ha messo troppo del suo, e l’altro, o l’altra, ci ha messo troppo poco. Ora, signore mie, il troppo, è come il troppo poco; almeno, per ciò che risguarda gli effetti. Il troppo è un errore. Dio vi salvi dagli uomini che amano troppo, perchè essi seguono un falso indirizzo della loro fantasia, come chi sogna ad occhi aperti. E quando finalmente essi vengono a pensarci su.... Perchè, io reputo necessario avvertirlo, gli uomini lo hanno sempre, il momento in cui tornano a ragionare; e quando essi vengono a pensarci su, si avvedono di non essere nel vero. A certe altezze non si può stare; vi colgono le vertigini e si casca giù. Ma perchè l’altezza non è qui che un sogno, la cascata non è altro che un risveglio improvviso. Ed è un brutto risveglio, signori miei, quando si riconosce d’aver voluto incarnare il proprio sogno in una persona viva, la quale, poverina, non poteva sopportare, con le sue spalle delicate e bianche, un peso così grave.

— Dio! Come cascate anche voi, signor De Rossi! — notò una delle sue ascoltatrici. — Avevate cominciato con un poema e finite con una satira.

— Signora mia, la farsa non viene, di solito, dopo la tragedia? Io seguo l’uso. La vita è una varietà. E se permettete, poichè la parola vi sembra amara, passerò alle note musicali, che non dicono nulla, o soltanto ciò che si vuole. —