Il pianoforte era vicino, e, con quella volubilità nervosa che avete già notata nel suo discorso, Aldo De Rossi andò a sedersi davanti alla tastiera. Non era un Liszt, nè un Rubinstein, credo necessario di avverticene; ma suonava abbastanza bene, per non lacerare a dirittura gli orecchi e per rendersi utile alla società, attaccando per uso altrui il valtzer o la quadriglia che egli non voleva ballare.

Per quella volta, non essendo il caso di far ballare nessuno, Aldo De Rossi attaccò un motivo del Rigoletto, e proprio quello che mette le donne a raffronto con le piume.

La signora Elena capì (che cosa non capiscono le donne?) che spirava un vento di scirocco, e che il De Rossi aveva perduta la tramontana. Ebbe compassione di lui, e, appena le venne fatto di trovare un pretesto, si mosse dal suo posto per andare verso il pianoforte.

— Orbene, — diss’ella, passando accanto al De Rossi, — voi non siete contento, signor Aldo?

— Dite pure che sono triste; — rispose il De Rossi, continuando a suonare.

— Vi va sempre male?

— Malissimo.

— Vi ho promesso di aiutarvi; — ripigliò la signora. Ditemi il nome. —

Aldo guardò la signora Elena e stette zitto.

— Ho cercato di scoprir terreno, — proseguì ella, con grande sincerità, — e non ci sono riescita. Non avete fiducia in me, signor Aldo?