La signora Elena non istette a domandargli più altro e si allontanò dal pianoforte con aria abbastanza sostenuta. Aldo pensò di averla offesa, e perdette il filo della suonata. Perciò, dopo aver annaspato per due o tre minuti sulla tastiera, si tolse di là e andò a sedersi presso le dame. Ci erano sulla tavola parecchi giornali illustrati; ne prese uno e cominciò a meditare su d’una scena più o meno autentica della spedizione inglese nell’Afganistan.
La conversazione si reggeva in quel mentre per merito degli Alcibiadi, che in caso simile facevano uffizio di Telamoni. Lo sapete pure, si chiamano Telamoni quelle atletiche figure di marmo che reggono le travature e i cornicioni delle fabbriche. Se avessi detto Cariatidi, mi sarei fatto capire anche meglio, perchè infatti, in società, certi personaggi noiosi si chiamano per l’appunto Cariatidi. Ma le Cariatidi son femmine, e i Telamoni son maschi. Diciamo dunque Telamoni, tanto più che io sto per presentarvi il signor Silvestro Caramelli, Telamone di primissima forza, entrato allora nel salotto della signora Vezzosi.
Il signor Silvestro Caramelli non va descritto con troppe parole. Vi basti sapere che era vecchio, così vecchio da far venire la voglia di domandargli notizie del patriarca Matusalemme. Per altro, sempre diritto come un fuso, con tanto di solini insaldati, all’inglese; sempre in cravatta bianca ed abito nero, e sempre a balli, a teatri, in conversazioni e dovunque si radunasse la miglior compagnia. Aggiungo che non istava mai fermo in un luogo. Aveva fatto il farfallone in gioventù e seguitava a farlo in vecchiaia; ma non più per corteggiare le dame, e sfrombolare a tutte il medesimo complimento, studiato di prima sera; sibbene per raccontare in casa Ipsilonne il fatterello udito poc’anzi in casa Zeta, e far girare in tal guisa prontamente, per tutte le conversazioni della città, una notizia, che, senza di lui, avrebbe stentato tre giorni, fors’anco una settimana, a penetrare nel gran regno delle chiacchiere. Potete immaginare come una simile qualità lo rendesse prezioso. Era il gazzettino dei salotti, e dove non lo si vedeva ancora, lo si aspettava con una certa ansietà.
— Bravo Caramelli, avete fatto bene a venirmi a vedere; — disse la signora Elena, stendendogli la mano. — Un po’ tardi, per altro!
— È vero, ma ho già fatto due visite, stasera; — rispose il Telamone. — Sono stato dalla Vernetti, che ha la cognata a letto, con la sua solita emicrania. Poi dal presidente Roberti che si dispone a partire per le acque, insieme con la nipote. Oh, buona sera, De Rossi; — soggiunse, vedendo Aldo seduto lì presso. — Quantunque non sarebbe guari necessario, poichè ci siamo lasciati poc’anzi.
La signora Vezzosi diede una sbirciata al De Rossi, che si era turbato e involontariamente alzava gli occhi verso di lei.
— Ma sapete, — diss’ella, volendo averne lo intiero, — che siete due amici preziosi! Eravate ambedue dalla bellissima Camilla e siete venuti a finire la serata da me! Ciò merita una lode particolare.
— Signora, — rispose il Caramelli, facendo la ruota; — per nessuna cosa al mondo avrei voluto mancare al vostro tè, che è come dire alla dolce abitudine di farvi la mia corte.
— Grazie! Il complimento è gentile come il vostro pensiero; — disse la signora Vezzosi. — Vedete il vostro compagno di viaggio. Egli ha avuto come voi il pensiero gentile, ma non mi ha detto il complimento. —
Aldo De Rossi, tirato in ballo a quel modo, alzò la testa e balbettò alcune parole che non mette conto ripetere.