Di grazia, lettori miei, che cosa avrebbe potuto egli rispondere? Che cosa avreste risposto voi, nel suo-caso? Forse a un dipresso così: — Signora Elena, io non potevo schiccherarvi un complimento, sul fare di quello del signor Caramelli, perchè dianzi, quando son capitato nel vostro salotto, voi non mi avete dato occasione di raccontarvi dove fossi stato e donde venissi. Al signor Caramelli è venuta la palla al balzo, perciò egli ha potuto dirvi da che casa tornava, ed aggiungere (che Dio glielo perdoni) d’avermi trovato in casa del presidente Roberti. Voi gli avete detto allora.... quel che gli avete detto, ed egli ha potuto rispondervi quello che v’ha risposto, non una parola di più, non una di meno. —

Ma vedete un po’ che lungo discorso sarebbe riescito per una cosa da nulla. Credete a me, lettori umanissimi; era meglio rispondere poche parole senza sugo, come fece per l’appunto il signor Aldo De Rossi.

Le balbettò, come vi ho detto. Ma non balbettò, rispondendo per lui, il signor Silvestro Caramelli che era in vena di cortesie.

— Il signor De Rossi ha fatto meglio; — osservò il Telamone. — Mi ha preceduto da voi. Benedetta gioventù! Ma io, pur troppo, non ho le sue gambe. A cinquantott’anni non si fanno più miracoli.

— Già cinquantotto? — esclamò, con la più candida delle ipocrisie, la signora Vezzosi. — Per caso, signor Caramelli, non ve ne aggiungete qualcheduno?

— A qual pro? — disse modestamente il Telamone. — Quando si hanno, si hanno, e non c’è verso di mandarli via. —

Aldo De Rossi aveva ripreso lo studio del suo giornale illustrato. Ma, nel voltare la pagina, gli avvenne di alzare la testa, e i suoi occhi si scontrarono in quelli della signora Vezzosi, che avevano l’aria di dirgli:

— Li vedete, signorino, i vostri gelosi segreti, come vanno a finire? Custoditeli ancora, se vi riesce! —

Aldo, in quel punto, maledisse il signor Silvestro Caramelli fino alla decimaquinta generazione. Siamo giusti, il signor Silvestro se l’era meritata, perchè aveva commesso una indiscrezione. Statuisce il codice della buona società (un libro, tra parentesi, di cui manca tuttavia un’edizione completa) che non è bene raccontare in conversazione d’avere veduto Tizio, o Cajo, nel tal luogo, perchè potrebbe darsi il caso che Tizio e Cajo dicessero a lor volta di essere stati nel tal altro, o di non essere stati in nessuno, e sarebbero colti in flagranti di contraddizione. E poi in questa società, tutta segreti d’Arlecchino, non si sa mai dove uno mette i piedi e le mani. Qua si pesta, senza volerlo, una coda; là si ferisce, senza saperlo, un povero cuore geloso. Eppure, a farlo apposta, queste indiscrezioni occorrono frequenti, anche quando non c’entri l’animo deliberato di commetterle. Si ha sempre bisogno di un soggetto di chiacchiera. Le discussioni di politica, di economia, di amministrazione, riescono uggiose alle dame, ed io in verità non saprei condannarle. Non si ha sempre la dote dei teatri sotto la mano, nè un ballo, nè un’opera nuova da levare al cielo, o da cacciare all’inferno. I discorsi galanti dispiacciono ai mariti; e poi, che serve? ora è tornata di moda una certa rigidità puntigliosa, che rimanda questi discorsi a migliore occasione. Di che cosa si ha dunque a parlare, Dio buono? — Ho visto il tale; ero col tale; andando insieme abbiamo veduta la tale, che entrava nella via tale, accompagnata dal tale. — E in tale maniera s’imbastisce un cencio di conversazione, senza badare al pericolo di dare, con tale minutezza di particolari, un colpo mortale a qualcuno.

Aldo De Rossi, vedendosi scoperto per quel capriccio del caso, era rimasto un po’ sconcertato. Ma infine, non aveva rimorsi, perchè non aveva ingannato nessuno.