— Questa sarà una fortuna per me; — disse la signora Elena, volgendo una rapida occhiata al De Rossi, il quale reputò conveniente di fare l’astratto. — A voi, Gerardo, che amate tanto ragionar di politica, lasceremo già uomini gravi, i presidenti, i ministri.
— Ah sì, due vecchi amici, i ministri; — rispose il commendatore Gerardo; — li rivedrò volontieri.
— Siete dunque deciso? — domandò l’Alcibiade primo.
— Ma sì, caro Sestavalle; — replicò il signor Gerardo; — io son uomo di pronte risoluzioni. E poi (voi non lo crederete, perchè non si usa... o almeno non è costume di confessarlo in società) io amo mia moglie. La via disastrosa di Courmayeur le mette i brividi; non si parli più dunque di Courmayeur. —
La signora Elena ebbe l’aria di commuoversi a quella gentilezza, e volle portare ella stessa a suo marito una chicchera di tè.
— Neppur questo si usa; — diss’ella, ridendo, mentre gli porgeva la tazza; — ma ad una cortesia deve rispondere un’altra. —
L’atto e la frase ottennero il plauso di tutti gli astanti. In cuor loro, certamente, parecchi avevano detto: frascherie, sciocchezze, ridicolaggini! Ma quante cose non si pensano, in società, mentre si dice tutto l’opposto!
— Vediamo, dunque; — disse il signor Gerardo. — Sestavalle sarà dei nostri. Chi altri di voi verrà a curare il mal di fegato?
— Son capace io di venirci; — rispose una tra le dame, la signora Sofonisba Torcelli. — Mi dicono che a Montecatini ci si diverte.
— Benissimo; — ripigliò il signor Gerardo; — ed anche questa è una cura eccellente per il fegato.