VI.

Camilla Rivanera, che i miei lettori non hanno ancora veduta, nè di prospetto, nè di profilo, ma soltanto udita nominare e criticare leggermente in casa Vezzosi, era tutt’altro che l’innesto d’una bella testa su d’un corpo niente più lungo d’un raperonzolo. E nemmeno si poteva dire meritevole appena appena d’un elogio del Guadagnoli, che dopo tutto non sarebbe da disprezzare; anzi io porto opinione che avrebbe meritato un canto dell’Ariosto.

Perchè dell’Ariosto? Perchè il mio messer Ludovico è dei classici nostri quello che ha dipinte con maggiore evidenza le donne. Dante le accenna; il Petrarca le volatilizza; il Tasso le rinfronzolisce; solo l’Ariosto le descrive, le raffigura, le rende. Vedete ad esempio madonna Alessandra, nel piccolo canzoniere che le ha consacrato il poeta; vedete Alcina, Ginevra, Olimpia, Fiordispina, nelle stanze così vere del suo fantastico poema. Quanto a Bradamante l’ho lasciata in disparte, perchè ella non ci si vede una volta sola, ma due; una in sè e l’altra in suo fratello Ruggero, che le somigliava tanto, da far cascare una bella principessa nel più grave degli errori.

Con questi principii che ho messi innanzi quasi a indugiarmi la trattazione dell’argomento difficile, m’avvedo di essermi aguzzato il palo sulle ginocchia, perchè il còmpito m’è diventato più malagevole a gran pezza. Dio sa che cosa v’aspettate oramai! Ed io, povero imbrattacarte, ardirò metter mano ai pennelli, dopo una invocazione così pericolosa? Alla fin fine, e perchè no? Ognuno fa quel poco che sa, e i lettori, pigliando ad imprestito da Domineddio il più bello de’ suoi attributi, usano misericordia alle buone intenzioni.

Veduta così nel complesso, la signora Camilla era un tipo di perfetta eleganza. Le forme erano agili e flessuose come quelle d’una ninfa; la testa finamente modellata; la mano di bambina; il piede di fata; la vita snella, senza dare in quella sottigliezza, che fa temere ad ogni tratto di vederla spezzata ad un soffio di vento per via, o alla pressione d’un braccio virile nel vortice della danza. Per altro, la facevano apparire più snella i pieni contorni del seno e del fianco. Perchè non direi anche questo, se l’hanno detto tante volte i maestri? Gli antichi dipingevano la bellezza, senza tanti scrupoli e senza tante ipocrisie. E la pelle di grazia, come l’accarezzavano! Come ci si fermavano su! Quella della signora Camilla, io non la paragonerò ai ligustri e alle rose, di cui s’è fatto uno sciupìo maledetto; dirò, quantunque non sia neppur nuovo, che era d’un bianco latteo perlato, a cui davano risalto le sopracciglia nere e sottili, le ciglia lunghe e morbide, gli occhi neri e lucenti come il bitume giudaico. Insomma, era una bellezza strana, quantunque non escisse dal naturale. Piuttosto, parevano escire dal naturale i capelli. Ne aveva una selva fitta fitta, ed erano così lunghi, che avrebbe potuto, lasciandone ricadere il volume, coprirsene fino oltre il ginocchio. Di questo si dubitava un pochino, perchè non si era veduto; ma non si dubitava che fossero suoi, cioè nati e saldamente piantati sulla sua testa, poichè ella usava portarli acconciati con molta semplicità, e le sue caritatevoli amiche potevano vedere che non c’erano inganni. Quei capegli, inoltre, avevano la lucentezza e il riflesso turchino delle penne del corvo; donde una tenue velatura d’azzurro a tutte le incavature (e stavo già per dire i sottosquadri) del bellissimo volto.

E l’anima? Di questa mi chiederete, non bastandovi più l’antica sentenza che ad un bel viso risponda sempre un’anima eletta. Ma prima di entrare in questi segreti, vi parlerò dello stato civile della signora Camilla. Giovanissima ancora, e appena escita di collegio, aveva sposato un uomo maturo, un banchiere. Non vi aspettate qui il solito contrapposto e le analoghe riflessioni. Il banchiere non era più giovane, ma era tuttavia un bell’uomo, e molto simpatico, che spesso vale assai più. Camilla lo aveva amato, di quell’amore candido e magari un pochettino insipido, che non nasce da profondi contrasti, che non s’è scaldato ancora al sole delle passioni, e che ha, per dirvi tutto in una immagine sola, i difetti e le qualità delle frutta primaticce. Perciò, secondo l’opinione dei buongustai, bisognerebbe poter cominciare dal secondo; ma non così tardi, che già si fosse perduto il profumo e la delicatezza del primo. Queste sono sottigliezze di cervelli matti, che vanno alla caccia dello strano, dell’impossibile. Io mi contento di osservare che il primo amore di una donna non è che una pallida immagine, una timida promessa del secondo, e ahimè, qualche volta del terzo. La fanciulla vi concede il suo cuore con tutti i riti e con tutte le formalità, ma altresì con tutta la tranquillità d’un atto notarile. La leggiadra colomba non sa ancora nulla delle tempeste del mondo e i suoi voli son brevi. Ciò ch’ella sa, quando sa qualche cosa, è meno che nulla, poichè si tratta di una scienza imparaticcia, mentre la vera scienza, la scienza che resta e che forma lo spirito, è quella che s’impara per propria esperienza. Non a torto la famosa Accademia del Cimento volle nella sua impresa il motto: Provando e riprovando.

Il banchiere non aveva fatto a sua moglie una lunga compagnia. Ricordo del suo passaggio e segno di gratitudine per due anni di unione, l’aveva lasciata tre volte più ricca di quando l’aveva sposata. La giovane vedova, che era orfana per giunta, si era ritirata in casa dello zio materno, il Roberti, presidente di Cassazione, che aveva colta l’occasione opportuna per chiedere il suo ritiro. Personaggio grave, il Roberti; sanctissimus vir, come lo avrebbe chiamato Cicerone, se fosse vissuto ai suoi tempi; commendatore di più ordini, gran croce dei due Santi che sapete, e credo anche della Corona d’Italia; infine, doveva avere tutti i ciondoli dell’oreficeria equestre italiana, salvo un certo collare, che, per ottenerlo, bisogna essere stati molto in su, e aver avuto occasione di fare una politica da cani. La cosa, trattandosi di un collare, s’intende alla prima, e il ragionamento non fa neanche una grinza.

Con tanti onori, che avrebbero fatto girar la testa a più d’uno, il presidente Roberti era un modestissimo uomo. Aveva servito utilmente e con decoro il suo paese ed era escito di servizio con una fama illibata di gentiluomo e di galantuomo. Anch’egli aveva il suo difetto; ma chi non l’ha si faccia avanti. A dirvela schietta, pizzicava d’erudito, specie in materia d’antichità romana; effetto naturalissimo di lunghi ed amorosi studi sulle fonti del diritto. Il Corpus Juris non aveva difficoltà, nè segreti per lui, e tutti lo consultavano come un oracolo, pendevano dalle sue labbra, come si dovette pendere un giorno da quelle d’Irnerio, o di Bartolo. Nella casa del presidente Roberti convenivano spesso magistrati d’ogni categoria ed avvocati vecchi e giovani. Questi ultimi abbondarono, quando ci entrò la nipote. Si sa, il fare un viaggio e due servizi è sempre stato il colmo dell’economia.

Quella bella bambina (perchè là dentro, in mezzo a tanta gravità curiale, aveva proprio l’aspetto d’una bambina) faceva in casa del presidente Roberti l’effetto di un raggio di sole che si disegni in mezzo all’ombre fitte della boscaglia. Non è più uggioso quel fondo di valle, quando il raggio allegro sforacchia audacemente la frappa e viene a danzare sul verde tappeto che si distende sotto i gelosi ombrelli degli abeti e dei faggi. E non parve più tanto noiosamente erudita, nè tanto eruditamente noiosa, la società dei seguaci d’Ulpiano. Le massime del diritto, sciorinate davanti a quella bella creatura, assumevano aria di complimenti; gli articoli del Codice di procedura civile prendevano (Dio mi perdoni) apparenza di madrigali. Aveva torto marcio il contino Anselmi a dire che in casa del presidente Roberti c’era da morire di noia, e bisognerà credere che parlasse così, perchè la signora Camilla non aveva mostrato di gradire le sue distillazioni. Basta così poco (una frase spensierata, un momento di disattenzione, e che so io), per far andare in bestia un uomo di spirito.

Ed era strano come ella si trovasse bene, come si adagiasse facilmente, in quella società di parrucconi. Non già che prendesse parte alle dispute, ai consulti, ai pareri. Dio buono, non ci sarebbe mancato altro. Quantunque, il dipingervi una bella legale sarebbe una fortissima tentazione per il vostro umilissimo servo; il quale non avrebbe che a frugare nei suoi ricordi, per farvela fuori, la donna elegante e galante, che aveva le Pandette e il Digesto sulla punta delle dita. No, la signora Camilla non sputava sentenze, nè commentava quelle dello zio, o degli altri insigni frequentatori di casa. Infine, non dava neanche pareri ai giovani avvocati, che (sia detto ad onor loro) li avrebbero ascoltati a bocca aperta. Ricordate il paragone di poc’anzi; era il raggio di sole tra le ombre del bosco; l’allegria che vive in mezzo all’uggia e la fa sparire, o dimenticare; una cara visione; una amabile frivolità, che non poteva disdire tra tanti aspetti severi di uomini e di cose.