Eppoi, non istate a credere che ella si contentasse di brillare in casa, nella corte giudiziaria del presidente gran croce. La signora Camilla andava spesso a feste, conversazioni e teatri, e il presidente gran croce, che aveva una tenerezza paterna per la sua bella nipote, lasciava per quelle sere in disparte i codici, le Pandette, il Digesto, e tant’altre cose egualmente indigeste, per accompagnarla qua e là. Il degno uomo avrebbe fatto qualunque sacrifizio per vederla contenta. E tollerava, persino nel suo salotto, grave e severo come il tempio della Giustizia, tollerava, dico, una dozzina di zerbinotti, che ad uno ad uno si erano fatti presentare alla signora Rivanera.

Di tanto in tanto il presidente Roberti esciva in un giudizio breve e riciso come una massima di diritto.

— Quel signor Zeta mi sa di sciocco. —

Oppure:

— Quanti seccatori ha da sopportare una bella donna come te! Le brutte e le mediocri debbono essere più felici quel tanto! —

Nè queste cose diceva con mal animo, o col desiderio di mettere i vagheggini alla porta. La signora Camilla gli manifestava qualche volta la noia che provava, di sentire tanti madrigali, e sempre gli stessi, ogni giorno. E allora la bella vedova aveva l’aria di andare molto più oltre del presidente gran croce. Ma egli, con la sua calma, con la sua serenità giuridica, la riconduceva due passi indietro.

— Adagio, Camilla; — diceva lui. — Bisogna vivere nel mondo, e il mondo non è bello se non perchè è vario. Accetta gli uomini come sono. La cosa non deve riescir difficile ad una donna che li accetta per modo di dire, e può tenerli sempre ad una rispettosa distanza. Per quelli che volessero farsi più avanti, ci sono i carabinieri; — soggiungeva egli celiando; — e c’è ancora, la Dio grazia, un presidente di Cassazione. —

La signora Camilla era costretta a riconoscere che suo zio aveva ragione, e sopportava i noiosi. In fondo in fondo ella procedeva a sbalzi, nelle sue antipatie. E la cosa si capiva facilmente; anche senza mettere in conto per la signora Camilla una certa festività di umore. Chiedete a cento donne se rinunzierebbero di buon grado alla corte di undici cavalieri, quando già ne amassero un dodicesimo. Due (proporzione forse esagerata; ma bisogna anche essere condiscendenti, col sesso gentile) due vi risponderanno di sì. Le altre novantotto vi risponderanno di no, anche concedendovi che tra quei dieci non ce n’è uno il quale franchi la spesa di starlo a sentire. La donna è cosiffatta: l’abbiamo avvezza a non considerarsi che per la sua bellezza, ed è giusto che ella sia venuta ad amare queste parlanti e palpitanti testimonianze del suo potere, anche quando palpitano con troppa facilità per molte, od esprimono troppo volgarmente la loro passione. A questo proposito, rammenterò ciò che diceva a me, giovinetto, una vecchia dama: — Nessun omaggio d’amore, quando sia caldo, è volgare. — La cosa mi spiacque allora, e soltanto la perdonai alla dama, pensando che la poverina era stata giovane ai tempi del primo Impero, quando non si usavano mica tante distinzioni psicologiche. Ma, andando avanti negli anni, riconobbi che la vecchia maestra poteva aver ragione, non solamente per il primo Impero, ma anche in tutti i tempi dell’Era nostra. La quale, non senza un grande perchè, si chiama Volgare.

Ho detto che la signora Camilla procedeva a sbalzi nelle sue antipatie, e, per conseguenza, nelle sue simpatie. Aggiungerò che, per la stessa ragione, per lo stesso amore dei contrasti, le piaceva moltissimo quella sua vita, libera ad un tempo e rinchiusa. Era come una bella prigioniera e per cui, nella stessa corte del castello, si facevano tornei di galanteria, serenate e gualdane. Era sotto custodia, ma i vagheggini le ronzavano intorno liberamente, come le solite api intorno al solito fiore. L’austerità della casa era la sua salvaguardia; il presidente gran croce era un carceriere molto vigilante, ma anche abbastanza umano. Ella, in fondo, vedeva tutto, coglieva il meglio delle galanterie universali, si lasciava amare, adorare, venerare, e rideva.

Come non ridere, per esempio, quando lo zio presidente le diceva: