Dunque, per farvela breve, la signora Camilla Rivanera non amava Aldo De Rossi, nè altri. Le adorazioni di tutti l’avevano avvezzata a non amare che sè stessa. L’uomo di valore che si fosse invaghito di lei poteva dirsi perduto, se una circostanza fortunata non venisse ad aiutarlo. Ma convenite che è doloroso aspettare la propria salute dal caso.
Aldo De Rossi incominciava a non aspettare più nulla. Aveva commesso un altro errore gravissimo, incalzandola troppo con le sue furie impazienti; aveva dimenticato quel primo tra gli elementi della grammatica d’amore: che ogni donna vuol essere amata a suo modo. Ma, d’altra parte, come indovinare il modo della signora Camilla? Notate che egli non doveva indovinare una cosa sola, ma due; prima di tutto se egli era quel tale che potesse toccarle il cuore, e poi in che modo ci sarebbe riuscito. Ora, quando un uomo appartiene alla specie dei noiosi, che vogliono spingere troppo oltre le indagini e andare a fondo prima che la bella nemica (stile del Cinquecento) mostri il petto indifeso, dite pure che succederà una catastrofe. E il signor Aldo aveva avuta la sua. Quel giorno, se il mondo fosse stato un uovo ed egli lo avesse avuto tra le dita, vi assicuro che si faceva una frittata nello spazio.
Il giorno dopo quel dialogo, Aldo De Rossi andò dalla signora Vezzosi, ed ebbe con lei quella strana conversazione che vi ho riferita in principio. Un altr’uomo non sarebbe più tornato dalla Rivanera. Ma egli ci tornò. Vi ho già detto che non era un uomo perfetto. La trovò fredda, poi gentile, poi gaia, poi niente di particolare. Egli, quasi sarebbe inutile il dirlo, si guardò bene di toccare l’argomento delicato. Ed ella, per caso, non fu più umana con gli altri visitatori, di quello che fosse con lui. Mal comune è mezzo gaudio, e insegna la pazienza a tutti.
VII.
Era la prima domenica di luglio. L’anno si lascia in bianco, che tanto non vi servirebbe a nulla il saperlo. Forse vi tornerà più utile sapere che una calessina da quattro posti, con un sopraccielo di cuoio e le cortine di tela torno torno, secondo la foggia comune in Val di Nievole, si muoveva poco dopo le otto del mattino, dall’albergo della Pace, in Montecatini, andando di buon trotto su lo stradone alberato che mette allo stabilimento del Tettuccio.
La giornata era splendida; cosa naturalissima in luglio, che è il mese dei solleoni e delle cicale. Ma a quell’ora non faceva ancora troppo caldo, e le cicale cantavano con una certa moderazione. Perfino la polvere della strada usava qualche riguardo ai viandanti, non levandosi a nugoli intorno alle ruote delle carrozze.
Il veicolo che v’ho accennato, dopo otto o dieci minuti di corsa, andò a fermarsi in fondo allo stradone, davanti ad un edifizio di mezzo colore tra il bianco e il rossigno. Era quello il Tettuccio, il primo e il più celebre tra i molti stabilimenti termali di Montecatini, che dispensano le acque acidulo-saline atte a rimettere in istato normale, o quasi, i visceri dell’umanità sofferente.
Fermato il veicolo, ne uscì fuori un cappello di paglia, indi un tutto vestito grigio. Il cappello era largo, ma il tutto vestito era strettino, segno che il signore che lo indossava era magro. La tesa del cappello alquanto rilevata sul davanti, lasciava scorgere dal viso che il signore magro era anche vecchio. Ma la prontezza con cui aveva posto il piede sul montatoio e la sicurezza con cui era balzato dal montatoio a terra, dimostravano chiaramente che il magro e vecchio gentiluomo portava bene i suoi anni. Come ebbe posto piede a terra, prese un atteggiamento nobile e franco, che, unito a certi particolari del vestiario, come a dire i guanti di fil di Scozia, il taglio inglese dell’abito e i solini insaldati e diritti che reggevano il mento, vi faceva indovinare alla bella prima il pezzo grosso, il personaggio ragguardevole. Che se voi, lettori discreti, non l’aveste indovinato, vedendolo, ci sarei sempre io per mettervi sulla buona strada, aggiungendovi che quel magro e vecchio gentiluomo era il Roberti, il nostro degnissimo presidente gran croce.
Appena fu a terra ed ebbe preso l’atteggiamento che v’ho detto, il presidente Roberti stese la mano ad una graziosa figura di donna, che usciva alla sua volta di mezzo alle cortine di tela del carrozzino. Non vi descriverò l’abbigliatura, perchè, con questa benedetta moda che cangia tutti gli anni, rischierei di parervi un antiquario oggi, e a dirittura un archeologo domani. Vi dirò soltanto che era una bella nuvoletta bianca, picchiettata di lilla; nella quale immagine, che non sembrerà più ardita dopo l’aria tessuta di mastro Giovenale, vi è lecito d’intendere che la signora indossava una veste di stoffa bianca e leggiera, con certi cappiolini di nastro color lilla. Ed anche lei portava in testa un cappello di paglia; ma era paglia di riso, per stare in armonia con la bianchezza della veste; e i larghi nastri ond’era adornato, le facevano un gran fiocco sotto la gola. Che candore abbagliante di collo, tra quel gran fiocco lilla e la gorgiera della veste! E che luccichio d’occhi neri, sotto la leggiadra curva di quel cappellino bianco! E che grazia di sorriso tra quelle guance di rosa! E che splendore di perle tra quelle labbra vermiglie! Insomma, lettori, io non ve ne dico altro, poichè avete riconosciuta la signora Camilla Rivanera, la bellissima vedova, che pareva sempre una fanciulla da marito.
Infatti, chi non l’avrebbe creduta la figlia del presidente gran croce, vedendola entrare, al suo fianco, sotto l’atrio del Tettuccio? Tutti, io credo, salvo quei pochi maligni, a cui potesse passare per la mente che ella fosse sua moglie. Bartolo non fu sul punto di sposare Rosina? E Donna Sol non corse il rischio di andar moglie a Ruy Gomez de Silva? Anche ai dì nostri son cose che si dànno, per consolazione dei vecchi e per disperazione dei giovani.