— Una, per ora; ma fra due mesi ne avrò quattro. Così non può durare.
— Oh, per questo hai ragioni da vendere. Se ne parlava ancora l’altra notte in strada ferrata con l’onorevole Bulinelli. Sai che gli hanno rovinato il collegio, con quella concessione di nuove sezioni elettorali separate? Il Bulinelli è fuori della grazia di Dio. Lo sentiranno. Egli è uno dei cinque che capiscono qualche cosa nell’arabo dei bilanci, e pretende che ci siano più errori che cifre.
— Cifre arabiche; errori arabici, mio caro!
— Ah sì, tu ci hai sempre la burletta. Si vede che le acque ti giovano.
— Di’ piuttosto che non mi mutano. Ho piacere che il Bulinelli sia in collera. Quantunque io dubiti sempre, dopo il suo sì dell’anno scorso. —
Il sì dell’on. Bulinelli è tanto grazioso, che non si può accennarlo, senza raccontarne la storia. Era imminente a Montecitorio una votazione importante, da cui doveva dipendere la sorte del Ministero, e questo e l’opposizione battevano di continuo il telegrafo, per chiamare i tiepidi a Roma. All’ultimo giorno della discussione, che era stata tirata in lungo oltre il convenevole, per dar tempo alle ultime categorie di giungere sul campo, non si poteva ancor prevedere di chi sarebbe stata la vittoria. Quindici voti di assenti, che potevano capitare coll’ultima corsa, erano dubbi, e la vittoria dipendeva dal voltarsi che una metà di quei quindici avrebbe fatto o da una parte o dall’altra.
— Come voterà il Bulinelli? — si chiedeva dai capi dell’opposizione, raccolti in una sala di Montecitorio, in prossimità dell’ingresso.
L’accenno al Bulinelli era cagionato per l’appunto dalla apparizione di quell’onorevole uomo nell’anticamera.
— Aspettate; — disse un amico; — vo a tastargli il polso. —
E andando incontro all’onorevole Bulinelli, e messagli amichevolmente una mano sulla spalla, gli disse: