— Buon giorno! Sei giunto ora?
— Sì, non ho avuto neanche il tempo di smontare all’albergo, tanto mi premeva di essere al mio posto. Sai che nelle grandi occasioni io non manco mai al mio dovere.
— Soldato vero e fedele alla bandiera! — esclamò l’amico, premendo forte con la palma della mano. — E che ti pare del Ministero? Hai veduto che povertà di ragioni, nel discorso del guardasigilli?
— Non me ne parlare! Ho letto il rendiconto telegrafico e m’è bastato. Ma sai che ci vuole un bel coraggio?
— Dunque, voterai contro?
— Si domanda? Contro, arcicontro, contrissimo.
— Ah, bene! — esclamò l’amico, noverando un voto di più per l’opposizione.
Poco dopo si entrò nell’aula. Si svolgevano gli ultimi emendamenti dei vari ordini del giorno; poi, come al solito, si ritirarono cinque o sei ordini del giorno, e i rispettivi emendamenti, non restando al contrasto che l’ordine del giorno accettato dal Ministero e quello delle opposizioni collegate. Venne fuori la solita domanda di votare per appello nominale, e i segretari della presidenza misero mano agli elenchi. S’incominciò a leggere i nomi, dal banco della presidenza, e a sentire i sì e i no, diversamente modulati, da questa e da quella parte dell’aula. La prima lettera dell’alfabeto, povera anzi che no di cognomi, si mantenne in un prudente equilibrio di sì e di no. La seconda lettera, più ricca, ma ancora troppo lontana dal mezzo dell’alfabeto, diede una certa prevalenza ai sì. Fortunatamente l’opposizione contava su certi nomi sicuri, che avrebbero rimesse le parti in bilico. Tra questi, come v’ho detto, era il nome dell’onorevole Bulinelli.
Finalmente ci s’arriva; il segretario grida il nome del Bulinelli. E il Bulinelli, con una voce che potrebbe dare l’intonazione alle trombe del giudizio, risponde:
— Sì!