Gli oppositori si guardano scambievolmente, poi guardano l’amico che aveva annunziato loro il no dell’onorevole Bulinelli. L’amico allunga le labbra e si stringe nelle spalle. Intanto, l’appello nominale continua, e un’ora dopo è finito. Il Ministero ha vinto per soli cinque voti, ma ha vinto, e questo è l’essenziale. E insieme col Ministero ha vinto anche l’onorevole Bulinelli, che si trova rassodato nel suo collegio per un altro bimestre, cioè fino ad un altro appello nominale e ad un altro pericolo di crisi ministeriale.

— Che vuoi? — diceva quella sera l’onorevole Bulinelli all’amico, che gli domandava la ragione del suo voto. — Avevo promesso un no, e sarebbe stato un no tanto fatto, perchè io, come sai, non guardo in faccia a nessuno. Ma il presidente del Consiglio e il ministro degl’interni mi han preso in mezzo, mentre andavo a fumare il mio sigaro tra un emendamento e l’altro; mi han condotto nei corridoi; mi hanno date spiegazioni sufficienti della loro politica. Infine, che ti dirò? Mi hanno persuaso.... almeno per ora. E tu capirai....

— Capisco, capisco; — interruppe l’amico. — Sarà per un’altra volta.

— E col medesimo risultato; — soggiunse mentalmente un collega, che aveva colto quel dialogo a volo.

Vi ho raccontato questo piccolo episodio della vita parlamentare italiana, perchè m’è venuto a taglio, anzi per dire più esattamente, m’è sgocciolato dalla penna; ma non istate a credere che io voglia trattenermi con gli uomini politici raccolti al Tettuccio. Seguiterò invece la signora Camilla Rivanera, che entrava nello stabilimento, con quella dignità, con quella scioltezza di modi, e infine con quel possesso di scena, che contraddistingue le dame, queste prime attrici della commedia sociale. Oramai, signori belli, o prime attrici, o nulla. Le ingenue non sono più di moda, e sto per dire neanche le amorose. Almeno, l’apparenza della cosa non ci ha da essere, perchè stonerebbe maledettamente in mezzo a questa cara finzione. Anche le fanciulle contraggono nell’uso del mondo un’aria di padronanza che farebbe trasecolare i nostri bisnonni, se tornassero mai, per loro tormento ineffabile, a recitare nella sullodata commedia la loro parte di caratteristi. Disinvoltura vuol essere, e magari anche audacia. Ogni altra maniera di portamento, ogni altra espressione di volto, saprebbe di provinciale e di goffo. La donna gentile, che Dante ha descritta a passeggio in sonetto immortale, farebbe una brutta figura ai tempi nostri e lungo i margini delle nostre vie. Ci si fermerebbe ancora a guardarla, perchè la bellezza vuol sempre il suo omaggio consueto, ma si borbotterebbe tra i denti: — Che peccato! Ha un’aria molto sciocca.

Il presidente Roberti, magro profilo d’uomo, perduto nello splendore mattutino della sua bella nipote, come un povero satellite nella luce di Giove, andava cercando con l’occhio un sedile vuoto. Tutto ad un tratto, gli baluginò sugli occhi un cappello che descriveva la sua parabola davanti a lui e gli venne all’orecchio una voce ossequiosa.

— Signor presidente, i miei rispetti! —

Il presidente si volse, riconobbe il personaggio e, fermandosi con atto di lieta meraviglia, gli disse:

— Cavaliere Sestavalle! Anche Lei a Montecatini?

— È la mia stazione di tutti gli anni; — rispose l’Alcibiade, inchinandosi. — E mi è permesso di ossequiare la signora, e di chiederle notizie della sua salute? Quantunque, — soggiunse, piegando il busto e rimpicciolendo le labbra, — non sarebbe il caso di domandarne, vedendo quel florido aspetto. —