— Ottimamente; — ripigliò la signora. — Ne avevo da qualche tempo le prove. E solo per questo... badate, signorino, solo per questo, m’è avvenuto di escire da quel riserbo, in cui deve tenersi una donna. Ma già, avevo anch’io qualche cosa da imparare; — osservò ella, tormentando con le dita il suo ventaglio cinese. — Dopo questa lezione, non mi avverrà più, ve lo giuro. Dunque, dicevamo.... Che cosa dicevamo, signor De Rossi? Ah, dicevamo che quando un uomo trova bella una donna, e glielo dice al superlativo, si deve intendere.... Non vi pare, signor De Rossi, che si debba intendere....
— Sì; — rispose Aldo, disposto per una volta tanto ad interrompere in tempo una frase difficile; — generalmente è così. L’uomo è uno zolfino e s’accende. Ma io, signora, sono un pochino diverso.
— Ah, bene! — esclamò la signora. — Non ci sarà pericolo che appicchiate il fuoco alle sedie. Ma che cosa siete voi, di grazia? Una macchina da fabbricare il ghiaccio?
— Signora!... — balbettò Aldo De Rossi, con aria contrita e supplichevole.
— Ah, è vero; — ripigliò la signora Vezzosi. — Dimenticavo che siete innamorato; la qual cosa lascia supporre che il freddo, l’avversione, sia solamente per me. Non me ne lagno, badate. Scherzavo, più o meno, e continuo lo scherzo.
— Ma non su questo particolare, ve ne prego — disse Aldo De Rossi. — Perchè parlate d’avversione, ad un uomo che ha sempre avuto tanto piacere a conversare con voi? Ve l’ho già detto una volta, signora. Se sono sincero anche a mio danno, perchè non mi crederete anche in ciò? Voi siete bella come....
— Ah sì, sentiamo come.
— Come la Venere di Milo, — prosegui Aldo De Rossi, — cioè a dire come la più bella statua del mondo. —
La signora Vezzosi rispose al complimento con un lieve moto del capo: indi alzò gli occhi ad uno specchio che pendeva inclinato dalla parete, di rincontro a lei; un magnifico specchio ovale, con una gran cornice intagliata a fogliami, capriccioso impasto di classico e di barocco, e con la luce mezzo coperta da una cascata di fiori, dipinti da mano maestra a guisa di festoncino.
— E... — diss’ella poscia — quell’altra... com’è?