— Quell’altra! Chi?

— La donna che amate. Se io sono da paragonare alla più bella statua del mondo, che cosa vi resterà da dire per quell’altra?

— Signora, — rispose Aldo De Rossi, — non vi sdegnate con me. Sono un disgraziato, e veramente non avrei dovuto impigliarmi in questo discorso.

— Quell’altra! — gridò stizzita la signora Vezzosi, battendo col suo piedino il tappeto. — Voglio quell’altra!

— Orbene, — riprese il giovinotto, armandosi di coraggio, — quell’altra è come la statua... che non è stata mai fatta. Fidia deve averla sognata e dev’esser morto....

— Oh, per questo, statene certo; egli è morto davvero!

— Sì, ma volevo dire che egli dev’esser morto... senza trovarne il modello. —

La signora Vezzosi era lì lì per rispondere: — «Dio mio, che svenevolezze!» — ma si trattenne. Voleva mandare a spasso quell’impertinente, dall’aria così dolce e contrita; ma non seppe risolversi, e l’una e l’altra voglia sfogò in una seconda risata. Vi avverto, per debito di coscienza, che non si trattava d’una risata molto schietta, quantunque fosse abbastanza sonora.

— E voi — diss’ella, dopo quel piccolo sfogo, — siete riescito dove ha inciampato Fidia?

— Si, — rispose Aldo De Rossi, — ma non ho fatta la statua.