Aldo De Rossi era lì per rispondere qualche altra sciocchezza; ma proprio in quel punto il fermarsi improvviso della prima fila richiamava ad altro argomento l’attenzione della signora Camilla. Un nuovo venuto salutava la signora Elena indi si volgeva con atto ossequioso alla compagnia. Il nuovo venuto era il contino Anselmi, sempre elegante, sempre gaio, sempre contento di sè, quantunque non fosse poi tanto imbecille, come qualche volta gli piaceva di chiamarsi, per antivenire il giudizio de’ suoi contemporanei.
Le tre file si erano tramutate in un crocchio. E il commendatore Gerardo aveva presentato il contino Anselmi al presidente gran croce.
— Non è necessario: — disse il presidente. — Col signor conte ci conosciamo da un pezzo. —
Così dicendo, stendeva la mano, che il contino Anselmi fu pronto a stringere, non senza un atto del capo, che faceva fede della sua reverenza e della sua gratitudine.
— Quantunque, — entrò a dire la signora Camilla, che aveva già ricevuti gli omaggi del nuovo venuto, — sarebbe quasi necessario di rinnovare la presentazione.
— Perchè mi si vede di rado? — chiese l’Anselmi ridendo e inchinandosi di bel nuovo. — Ma la colpa non è mia.
— Stiamo a vedere che è nostra! — ribattè la signora Camilla.
— Per l’appunto, — replicò l’Anselmi, — e si vede che le vostre labbra, o signora, hanno l’uso delle verità. Conosco due virtù che stanno ad alloggio nella medesima casa; la grazia e la giustizia; — soggiunse amabilmente il contino, accompagnando i due sostantivi con due guardate consecutive alla signora Rivanera ed al presidente Roberti. — Con che coraggio ci entrerebbe la mia dappocaggine?
— Ecco un pretesto che vuol parere un complimento; — notò la signora Camilla. — Lo accetteremo per un complimento, zio?
— Oh, ve ne prego, signora; — gridò il contino Anselmi; — non interrogate il magistrato. Egli mi condannerebbe. —