Intanto, il nostro Aldo si foggiava i proprii mali. Già se li vedeva compendiati in quel principio di sofferenze, come una commedia antica nell’argomento di cui l’hanno provveduta i grammatici. Era, lui, proprio lui, che col suo tirarsi in disparte, col suo metter broncio, rendeva possibile il peggio.

E pensare che quella mattina egli era tanto felice! E i giorni addietro, che ansietà fanciullesca, ma piacevole, ad aspettare l’arrivo della signora! Confuso tra quella moltitudine elegante che si accalcava ad ogni arrivo di treno sull’asfalto della stazione di Montecatini, per veder giungere i nuovi compagni di cura, egli aveva finalmente veduto scendere da una carrozza di prima classe il presidente Roberti e la sua bella nipote. Non si era fatto avanti, volendo assaporare la sua gioia, e procurarsi il piacere di dire più tardi alla signora Camilla: — Sapete? Io ero là. Avevate un cappellino così e così, con un velo del tal colore, una cappa, o una mantellina del tal altro. — E fuori della stazione l’aveva pedinata fino all’albergo della Pace, dove egli stesso era sceso due giorni prima ad alloggio in compagnia dei Vezzosi. E quella sera, scambio di andare al Casino, che era il luogo di ritrovo della buona compagnia, era stato a piuolo sotto le mura dell’«albergo avventurato», che egli, con le parole del Giusti, aveva cantato a mezza voce «soave asilo di gioia e piacer.» E più tardi, esciti i Vezzosi dal Casino, aveva data la lieta notizia alla signora Elena, prima di augurarle la buona notte. Lieta notizia per lui, si capisce; e poco gl’importava che non fosse ugualmente lieta per lei. Anzi, a dirvela schietta, non era stato neanche a pensarci su. Un uomo felice crede che tutti debbano esser felici con lui, e per la stessa ragione. Quella notte aveva dormito poco. Alla mattina, per tempissimo, era già alzato, per far la ronda sotto certe finestre. Sapeva già, infatti, a che numero alloggiava la signora Camilla. Poi, era andato al Tettuccio, senza neanche aspettare i Vezzosi. In verità, dormivano troppo, i suoi compagni di viaggio, e si sarebbe detto che fossero andati a Montecatini, non già per far la cura delle acque, ma quella del sonno.

Eppure, quantunque non provassero le sue impazienze, i Vezzosi erano giunti in tempo, cioè molto prima della signora Camilla, allo stabilimento del Tettuccio. Segno evidente che aveva avuto torto lui a non aspettarli, come nei giorni antecedenti. La signora Elena non si era mica trattenuta dal dirglielo, con la sua aria maliziosa. — Che fretta, stamane! — Ed egli, a quella osservazione, si era fatto rosso, come un monelluccio colto in flagranti. Ma via, siamo giusti; poteva egli operare diverso? Gl’innamorati son tutti così. Triste colui che non li sente più, questi benedetti spasimi della passione! Egli potrà benissimo vantarsi di aver girato il capo delle Tempeste; ma questa cara filosofa non varrà a consolarlo dagli ardori svaniti.

Sebbene, un mio amico che la sa lunga.... Ma non facciamo digressioni. È un amico che dice spesso le sue corbellerie, e qualche volta ne scrive, che è peggio.

L’entrata della signora Rivanera nella Kursaal (scusate il vocabolo esotico, ma bisogna conformarsi all’uso e chiamare Kursaal il recinto delle acque salutari) aveva destato nella folla un movimento di curiosità e di ammirazione; di curiosità nelle donne, di ammirazione negli uomini. La bellezza non si mostra impunemente, neanche ad un consesso di Areopagiti. Tutta quella gente seduta, o disposta a capannelli lungo i viali, poteva contemplare a suo bell’agio la nuova venuta, come mille spettatori contemplano una prima attrice sul palcoscenico. L’effetto era stato grande, ed accompagnato da quel bisbiglio, che vale per una bella signora come per la prima attrice l’applauso. Ma in un paio d’occhi brillavano compendiate le ammirazioni universali; in un cuore ardevano tutti gl’incensi che la moltitudine degli ammiratori avrebbe potuto bruciare ai piedi di quella bellissima sconosciuta. E come, in quel punto, la Valdinievole s’era illuminata per esso! La Kursaal del Tettuccio era da quel momento il centro della terra, il nuovo meridiano, da cui Aldo De Rossi avrebbe misurate le distanze. La signora Elena aveva veduta la Rivanera qualche momento prima che la vedesse il Sestavalle; ma assai prima della signora Elena l’aveva veduta Aldo De Rossi, e si può dire che la signora Elena volgesse gli occhi all’ingresso dopo avere osservato un improvviso scolorimento sul viso di lui. Non vi dirò (e se ve lo dicessi non lo credereste) che la signora Elena fosse molto contenta di ciò. Una bella donna non vede mai di buon occhio questi omaggi resi ad un’altra, anche quando ella abbia conchiuso il patto che la signora Elena aveva conchiuso, bontà sua, con Aldo De Rossi. Strano patto, del resto! E la signora Vezzosi non ci aveva proprio un secondo fine, appiattato negli abissi del cuore? Si sa, le donne si lasciano tentare dalle idee bizzarre, e l’impossibile ha il privilegio di allettarle. Combattere, rapire il cuore di un uomo al fascino che lo possiede, e poi.... E poi, chi sa? Forse non sapere che farsene. Anche i bambini piangono e si disperano per un giocattolo; quando son giunti ad averlo tra le mani, lo spezzano.

Il cavaliere Sestavalle, Alcibiade primo, si era mosso per andare incontro alla Rivanera e allo zio presidente gran croce. La signora Camilla si era voltata, aveva visto Elena e si era affrettata ad andare verso la tavola di marmo. Le due signore, che si salutavano appena nella loro città natale, diventavano amiche alle acque. Ed era naturale, perchè la comunanza del divertimento è più che bastante a generare l’amicizia, o almeno almeno l’intimità. Aldo De Rossi era a Montecatini insieme coi Vezzosi; poteva dunque ripromettersi di vedere la signora Camilla ogni giorno ed ogni ora. E già il poveretto assaporava le delizie di quel suo paradiso. Ma egli non aveva preveduto ciò che avviene alle acque, dove l’intimità, facile per uno, è ugualmente facile per molti. Per l’appunto, anche il contino Anselmi si era fatto avanti; e non si era mica contentato di un saluto, di una stretta di mano, e di quattro chiacchiere; no, si era ficcato in mezzo, e di primo acchito aveva occupato il posto del signor Aldo presso la signora Camilla. E lei, di schianto, gentilissima col contino Anselmi; mentre con lui, col povero Aldo, si era tenuta in un riserbo direi quai diplomatico.

Strana cosa! La Rivanera e l’Anselmi non si vedevano spesso. Il contino aveva conosciuta la signora Camilla in una festa da ballo, come Aldo De Rossi, ma, andato a farle visita, non c’era tornato che rarissime volte, e poi non s’era più presentato affatto. E il De Rossi, che vedeva tutto, non contava più l’Anselmi tra i rivali possibili. Ma ecco, di punto in bianco, il presidente Roberti e la sua bella nipote credevano necessario di rimproverare all’Anselmi la sua negligenza. Che bisogno c’era di notare la cosa? Non era padrone il contino di andare dove meglio voleva? E perchè dargli argomento d’insuperbirsi? di sperare Dio sa che cosa? Perchè oramai, il contino Anselmi si sarebbe fatto un dovere di piantarsi ai fianchi del presidente Roberti.

Queste cose non c’è mestieri di studiarle, si capiscono alla prima. Un uomo vede una donna per un anno e per due, senza innamorarsene, quantunque sia bellissima tra le belle. Ma dategli l’occasione, e s’accenderà come un fiammifero.

O dove ci aveva la testa, il presidente gran croce? Ed era dunque da credere che per piacere alle donne, per farsi ricercare da esse, occorra di trattarle male? Aldo De Rossi ci pensò tutto il tempo che rimase nella sala del concerto; e ci pensava ancora quando escirono tutti dalla Kursaal, per ritornare all’albergo.

La strada non era breve; ma le due compagnie, liete di essersi incontrate, non volevano separarsi. Perciò il commendatore Gerardo propose, e gli altri accettarono, di fare la strada a piedi. In una ventina di minuti si sarebbe giunti all’albergo. Lo stradone era fiancheggiato da due filari d’alberi, e c’era ombra abbastanza. Del resto, alle nove e mezzo del mattino i raggi del sole non iscottavano ancora.