Capirete che il contino Anselmi era in vena di dirne e la signora Rivanera di sentirne. Perciò andarono avanti, e Aldo stette indietro, a udire il suono argentino delle risa di Camilla.
— Che avete? — gli disse la signora Elena, prendendo famigliarmente il suo braccio.
— Io? Niente; — rispose egli, scuotendo la testa, come uno che si svegli d’improvviso.
— Niente! — esclamò la signora Elena. — È troppo poco. —
IX.
Aldo rimase taciturno. Forse non udì neanche l’osservazione della signora Vezzosi. Il nostro povero eroe non avea orecchi che per le risa della signora Camilla, più vive in quel punto, e più argentine che mai. Per tutti i settecentomila settecento settantasette diavoli, che si sogliono invocare in simili occasioni, che cosa diceva di così spiritoso, a otto passi da lui, il contino Anselmi, che la signora Camilla dovesse riderne in quel modo?
La signora Elena, usando liberamente dei diritti dell’amicizia, diede una strappatina al braccio del suo distratto cavaliere.
— Suvvia, rispondete; — gli disse; — che cosa vi affligge?
— Ve l’ho già detto, nulla; — rispose Aldo De Rossi.
— Ah, è vero; — ripigliò la signora Elena, con accento sarcastico. — Voi dovete esser triste per eccesso d’allegrezza. La gioia fa paura; lo ha detto anche la signora di Girardin. La splendida Camilla è venuta a brillare sull’orizzonte del Tettuccio, e voi, povero pianeta, vi oscurate nella sua luce. Non è così? Bisogna convenire, — soggiunse la signora Vezzosi, — che è molto bella, e ciò giustifica le vostre adorazioni. Vi parrà strano, mio bel cavaliere, che una donna si rassegni a lodarne un’altra. Ma io l’ho guardata molto, poc’anzi; l’ho guardata più in un’ora, che non abbia fatto in due anni. Sono una donna sincera ed amo rendere omaggio alla verità. E poi, con vostra licenza, non ho paura di confronti.