— Altra esagerazione! — disse la signora Camilla. — Quando vi correggerete, signor De Rossi? Una donna non può mica crederle, queste cose!
— Ma un uomo può pensarle, — rispose Aldo, — e quando le pensa, può dirle. —
L’arrivo della signora Elena pose fine a quella conversazione senza sugo. Mentre le signore ne ripigliavano un’altra, anche più vana di quella, Aldo andava ruminando tra sè chi mai potesse aver invitato al Casino il presidente Roberti. E gli passò per la mente quell’antipatica figura del contino Anselmi. Ma come poteva l’Anselmi essere stato alla Pace, tra la colazione ed il pranzo? Una visita cosiffatta, due ore dopo l’incontro del Tettuccio, non sarebbe stata di buon gusto. Ma già, è proprio necessario che gli uomini seguano tutti, e sempre, le norme della buona compagnia? Il contino Anselmi era poi così sciocco!
Per fortuna del signor De Rossi, ed anche del contino Anselmi, la cui fama ne scapitava un poco, nell’animo del nostro innamorato, il commendatore Gerardo, nell’atto che la compagnia esciva dal giardino per ritornare in casa, disse alla signora Camilla:
— Speriamo di rivedervi tra poco. Il presidente ha promesso di venire al Casino, e promissio boni viri est obligatio, anche per la sua bella nipote. —
Aldo De Rossi respirò. L’invito era stato fatto dal commendatore Gerardo. E, per quel momento almeno, il contino Anselmi ricuperò la sua fama.
Mi chiederete perchè Aldo De Rossi, geloso com’era, fosse il primo a pregare la signora Camilla di andare quella sera al Casino. Lettori umanissimi, se voi siete gelosi della buona specie....
Ma qui bisogna interrompere il discorso e fare una parentesi. C’è, in materia di gelosia, la buona specie e la cattiva. La cattiva è quella gelosia feroce, bestiale, che, oltre all’essere irragionevole, riesce anche offensiva per la donna a cui è particolarmente dedicata. La buona è quella gelosia che, senza essere niente più ragionevole, non va tuttavia agli eccessi, alle sfuriate dell’altra, ma si chiude nel cuore dell’uomo innamorato, facendogli vedere un rivale in ogni uomo che s’avvicini alla donna amata, un pericolo in ogni oggetto, animato o inanimato, fosse pure un palo di telegrafo. Questa forma di gelosia è stata poeticamente tratteggiata in un’arietta della Sonnambula: «Son geloso del zefiro amante» a cui ho l’onore di rimandarvi, per maggiori cognizioni. Vi avverto frattanto che, buona o cattiva specie, fanno soffrire tutte e due ad un modo, e v’auguro di non essere mai gelosi, nè d’una specie, nè dell’altra. Ma se, per vostra disgrazia, siete gelosi, e gelosi della buona specie, vi sarà certamente avvenuto di rizzar muso, di consacrare qualcheduno agli Dei infernali, di voler morire, o almeno di non saper più come vivere, di meditare i più tristi disegni, come quello di andare in Cina, di chiudervi alla Trappa, e di fare tante altre belle cose di questo genere. Ma poi, una parola improvvisamente più umana della donna amata, o una guardatina, un sorrisetto ironico da cui trapelasse un’ombra di affetto, mandava subito in aria i tremendi propositi. E allora, quasi in atto di pentimento, ed anche un pochino per dimostrare a voi medesimi la vostra bella sicurezza di spirito, offrivate alla dama un compenso delle offese che non le avevate pur fatte, delle malinconie che non v’erano escite dall’anima, e la pregavate o la esortavate a prendere un passatempo, il cui solo pensiero vi avrebbe fatto maledire, poche ore prima, l’esistenza e l’amore.
In questa condizione di spirito era il signor Aldo De Rossi. Del resto, non era ammissibile che la signora Camilla potesse rimanere a Montecatini senza andare al Casino, ed anche un bel numero di volte. Quello era l’unico luogo di ritrovo per il forastiero che non volesse morire di noia. Le dame ci avevano la sala dei concerti e del ballo; i giovinotti ci avevano il biliardo; gli uomini stagionati la sala da giuoco; tutti poi la sala di lettura, per dare un’occhiata ai giornali, che Iddio misericordioso prosperi chi li legge, e perdoni a chi li scrive.