Erano le nove di sera, quando la signora Camilla escì dalla sua camera e scese nell’atrio, in compagnia della signora Vezzosi. Aldo passeggiava da un’ora sul marciapiede, avendo l’aria di godersi il fresco, che scendeva da Montecatini alto, lungo lo stradone dei bagni. Appena ebbe vedute le dame, affrettò il passo, fece un saluto e un complimento premeditato, indi si accompagnò a loro, per andare dall’altra parte della strada, dov’era la Locanda maggiore, con l’attiguo stabilimento del Casino.

La signora Camilla aveva accettato il braccio del commendatore Gerardo; la signora Elena quello del presidente Roberti. Aldo trovò che era una disposizione eccellente di coppie; ma non pensò a fare la terza col cavaliere Sestavalle, e marciò da fiancheggiatore, un po’ indietro alla signora Camilla, un po’ avanti alla signora Elena, dicendo a tutt’e due le cose più garbate del mondo. Era allegro, per una volta tanto, e aveva trovata la nota giusta.

Si entrò al Casino. Il commendatore Gerardo, che era già socio da due giorni, presentò e fece iscrivere sull’albo S. E. il presidente Roberti. Indi la comitiva penetrò nelle sale.

Il luogo non risplendeva già per un lusso asiatico, e neanche europeo; ma era pulito, e questo era l’essenziale. La sala da ballo appariva un po’ nuda, ma ciò accresceva l’effetto dei lumi e non c’era niente da ridire. Tutto intorno correva un ampio, ma non troppo soffice divano; ed anche questo era fatto con previdente consiglio. Se fosse stato soffice, le dame si sarebbero troppo abbandonate con gli omeri alla spalliera, che brillava per la sua assenza, e si sarebbero tinte le spalle alla parete, imbiancata di fresco. Non dimentichiamo per altro che c’erano qua e là dei guanciali imbottiti di crino e che poteva esser cura di un attento cavaliere di trovarne uno, per metterlo a posto, tra la parete e la dama.

La gran sala era già abbastanza popolata, quando vi giunse la comitiva che abbiamo l’onore di seguire. Lungo i divani stavano sedute quindici o venti signore, tutte col loro crocchio di amici e conoscenti, che le tenevano a chiacchiera. Una signorina sedeva al pianoforte, accennando timidamente un motivo d’opera, per dar motivo (scusate il bisticcio) a tre o quattro cavalieri, di dirle in coscienza che ella suonava come un angelo. Voi lo sapete pure, o lettori umanissimi, ci sono anche gli angeli che suonano il pianoforte.

Si fece capannello intorno alla signora Elena, che era una vecchia conoscenza per i frequentatori del Casino. In una società che si muta e si rimuta ogni settimana, si è già vecchi amici nello spazio di due giorni. E la signora Camilla, nuovo astro apparso quel giorno nel firmamento della Valdinievole e già ammirato la mattina nella kursaal del Tettuccio, ebbe omaggio di fedeltà da tutti i sudditi della signora Vezzosi.

Aldo De Rossi, fresco ancora della sua allegrezza, si adattò con buona grazia a tutte le premure di cui il nuovo astro era fatto argomento. Il contino Anselmi non c’era, ed anche questo era tanto di guadagnato. Si sopporta con pazienza una dozzina di nuovi cavalieri ossequiosi intorno alla donna dei vostri pensieri, quando non c’è quel tale, quell’unico, che v’ha dato sui nervi.

Cionondimeno, perchè le galanterie più innocenti tornano uggiose ad un povero innamorato, Aldo si mosse di là, per dare una capatina nella sala del biliardo. La sala era piena di spettatori; anche i giuocatori dovevano essere molti, e tra essi il contino Anselmi, che si vedeva con la stecca in mano. O là, od altrove, bisognava aspettarselo; meglio dunque trovarlo là, ed impegnato in una partita alla corda.

Sapete che cos’è il giuoco della corda? Parecchi giuocatori, che possono esser molti o pochi, lavorano a mettersi in bilia l’un l’altro, ognuno di loro essendo l’avversario naturale di quello che ha tirato prima di lui. Ogni giuocatore ha sul principio del giuoco tre punti, i quali, per essere segnati dall’apertura di tre numeri su d’una tabella addossata al muro, si chiamano occhi. Il giuocatore, che tira dopo di voi, mette la vostra palla in bilia? Il segnatore vi chiude un occhio, facendo scorrere una listerella di legno sopra uno dei tre numeri progressivi che si leggono l’uno di costa all’altro, presso il numero d’ordine che voi avete nel giuoco; e così di seguito fino al tre, se avete la disgrazia di essere messo in bilia tre volte; nel qual caso escite di giuoco, restando in combattimento i più fortunati. È la poule dei francesi, e si dice corda in Italia, per il nome di quella linea che s’immagina tirata da mattonella a mattonella ai due quarti di cima e di fondo del biliardo. Di qua dalla linea deve stare chi s’acchita, come chi s’imposta, per battere la palla dell’avversario. Donde il modo: stare in corda, che significa non collocare la propria palla, prima di batterla, oltre il limite assegnato.

Aldo stette un minuto nel vano dell’uscio, a vedere l’andamento del giuoco. In questo breve spazio di tempo salutò l’Anselmi, che gli rese distrattamente il saluto. Ogni giuocatore essendo chiamato per numero d’ordine, Aldo potè riscontrare sulla tabella il numero dell’Anselmi e vedere per giunta com’egli avesse ancora i suoi tre occhi liberi; dalla quale osservazione era facile cavare la conseguenza che l’Anselmi fosse impegnato per molto tempo, essendo i combattenti in numero di quindici.