— Giuoca, giuoca! — borbottò egli tra i denti, volgendo gli occhi verso la sala del biliardo. — E la fortuna ti conceda di guadagnare anche laggiù la tua posta. —

Parecchi cavalieri si erano avvicinati a complimentare le due dame. Aldo si scostò lentamente e finì col trovarsi davanti all’uscio della sala di lettura. Avete già capito che si avviò a quella volta; ma non vorrei lasciarvi nella falsa opinione che andasse là dentro per leggere un giornale. Aldo De Rossi non fece che passare; attraversò la sala d’ingresso e riuscì sul loggiato.

La notte limpida e stellata parve recare un po’ di lume nella confusione delle sue povere idee. Ma sentite in che modo, e giudicate voi. Andando su e giù, e dopo aver dato due o tre stupide occhiate alla luna, che appariva allora allora tra i pioppi di Pieve a Nievole, e dopo aver mandato, non so bene se a lei o ad altra luce del firmamento, mezza dozzina di giaculatorie, il nostro eroe venne in questa opinione, che, non avendo potuto fare con la signora Camilla il primo ballo di quella sera, non poteva dicevolmente fare con lei il secondo, nè il terzo. Oramai, la poesia del fatto era sfumata. Anche lei, la signora Camilla, non doveva intenderlo e pensare come lui?

Fortificato in questa idea, che gli parve luminosa, Aldo De Rossi diede una crollata di spalle, simile a quella che dovette dare Giulio Cesare quando fu per passare il Rubicone, e, senza aspettare un bicchiere di birra, che aveva domandato al cameriere in un breve intervallo di calma, infilò la scaletta scoperta che metteva nel cortile, e di lì, passando rapidamente per l’anticamera del Casino, giunse all’uscio di strada.

Dove andava? In verità, non lo sapeva neanche lui. Voleva escire, non tornar più quella sera al Casino. Posto il piede all’aperto, aveva voltato a sinistra, come se volesse andare verso l’abitato; ma si pentì subito, e diede una giravolta a destra, per andare verso il Tettuccio. Al Tettuccio, alle dieci di sera! Signori miei, con quella stizza che ci aveva in corpo il nostro eroe, non è da badare a queste piccolezze. Del resto, la notte era splendida, e a fargli cansare una capata in quel tronco d’albero, o una stincata in qualche piuolo, c’era il lume della luna, che cominciava ad imbiancare la strada.

E poi, quella era la via crucis del suo povero amore. In un giorno solo, quanti ricordi dolorosi! Qui rideva — pensò egli, notando un pezzo di marciapiede, poco discosto dall’Acqua della Speranza, — rideva, forse per l’invito al ballo, che il contino Anselmi le andava facendo, in anticipazione di dodici ore. Ci sono degli uomini così pronti a cavar profitto da ogni circostanza! Ah, sì, perchè ci hanno il cuor libero. E le donne ci credono, a questi scettici gaudenti! E le donne ci s’ingannano, a questa padronanza di spirito, che sa mentire ogni affetto, significandolo con parole tanto più vive, quanto più è dato di studiarle liberamente! Commedia! Retorica! Non c’è infiltri espressione più calda di quella del commediante, che sa distribuire con arte i suoi chiaroscuri intorno alle frasi mandate a memoria, o mendicate dal monotono brontolìo del suggeritore appiattato nella buca. Non c’è eloquenza più ornata e più splendida di quella dei rètori, fatta a musaico e per mero esercizio letterario. A lui, poveretto, non soccorreva l’arte di Roscio, nè quella di Ermogene; la frase gli esciva rotta dal labbro, scaldata da un amore violento, tinta, direi quasi, del suo sangue; ed era negletta, derisa, o presa in mala parte da lei.

Proseguendo il cammino, trovò un altro punto critico. Era davanti all’Acqua della Fortuna, alquanto sotto alle Terme Leopoldine. In quel punto alla signora Camilla era caduto dagli òmeri il suo sciallettino di pizzi di Fiandra; non del tutto, ma solamente si era allentato e sfuggiva da uno dei capi. Voleva rimetterlo a posto e non le veniva fatto. Ora, sapete che cosa aveva osato di fare il contino Anselmi? Ve la darei da indovinare alle mille, e voi, furbe lettrici, la indovinereste alla prima. Aveva osato aiutarla, prendere con le sue mani il capo dello scialle e ravviarlo sull’òmero della signora, forse sfiorandole il collo col sommo delle dita. Perchè gli uomini dal cuore libero ce le hanno, queste audacie fortunate; anzi, sono proprio loro che ne hanno il segreto. Lui, poveretto, al posto dell’Anselmi, sarebbe stato mal destro, non avrebbe ardito di toccare quel collo. A lui sarebbe occorso quello che accadde a Vittor Hugo, giovane, quando una bellissima compagna di passeggiata gli aveva detto di guardare che cosa la ci avesse sotto il mento, che le dava molestia. Il poeta aveva veduto un collo di neve, e su quel collo di neve un insetto color di rosa, picchiettato di nero. Meglio che l’insetto sul collo, avrebbe dovuto vedere il bacio che a lei tremolava sulla bocca; ma era giovane, aveva sedici anni, o giù di lì; si appressò tremante, colse l’insetto e lasciò sfuggire il bacio, della quale sciocchezza lo riprese l’animaletto arguto.

«Fils, apprends comme on me nomme

Dit l’insecte du ciel bleu;

«Les bêtes sont au bon Dieu,