Andava, frattanto, proseguiva il suo cammino verso la casa del signor Almirante. Le vie per cui passava si vedevano piene di gente affaccendata, che non faceva calca, ma si spartiva in crocchi, in capannelli, in brigate, che vociavano confusamente, alternando tra loro domande e risposte, facendo atti di maraviglia e d’allegrezza, di sdegno, di sconforto, secondo le opinioni e gli umori, come sempre accade nelle popolari ragunate, quando qualche cosa bolle in pentola, e chi la vuol cotta e chi cruda, e chi si contenta e chi no, ma tutti ad un modo si riscaldano nel giuoco.
—Felici voi!—pensò il capitano Fiesco, passando.—Felici voi, che gridate i vostri desiderii e le vostre passioni in piazza! Io griderei morte e dannazione a questo mondo vigliacco, che lo inghiottisse una volta l’abisso; e per tutta l’eternità, quanto è lunga, e per un’altra, e un’altra ancora, si sprofondasse tutti nel vuoto!—
Nè egli sentiva pure il desiderio di rallentare il passo, per cogliere a volo qualche frase di quei discorsi animati, per intendere di che ragionassero tutti quei cittadini di Valladolid, che parevano morsi dalla tarantola. Dei fatti altrui non era curioso: quanto a sè, tutto ciò che poteva accadergli di peggio era accaduto da un giorno. E che cosa, finalmente, potevano aver di nuovo, i cittadini di Valladolid? Forse li metteva in festa una delle tante solennità del calendario; forse li commoveva in vario modo uno di quei truci spettacoli che l’Inquisizione regalava ogni settimana nel Campo Grande, a maggior gloria di Dio e dilettazione del popolo?
Ma no, niente di questo; dovevano essere di politica, quegli animati discorsi.—Le Cortes!...—Burgos!...—Perchè Burgos, e non Valladolid? Queste parole, spiccando tra tante altre men chiare, giunsero a lui, e il suo orecchio involontariamente le accolse.
—Politica!—diss’egli tra sè.—Lasciamola ad Aristotile; io ne ho piena la testa. E le tasche;—soggiunse con amara celia, mentre si tastava il giubbone.—Ce l’ho qui, io, buoni Castigliani, il trattato che dovrà farvi contenti come pasque.—
E andava ancora, e giungeva in vista della meta. Ma la strada non era così deserta e tranquilla come il giorno prima, quando gli era parsa tanto serena, tanto innocente. Presso la casa di Gil García, e proprio davanti al portone, si vedeva uno stuolo, quasi un drappello d’uomini, tutti vestiti d’una foggia. Soldati? no, perchè apparivano disarmati. Famigli, piuttosto, staffieri di grande casata, come mostrava l’assisa uniforme, rossa e nera, dei loro mantelli e dei loro farsetti.
—Visite!—pensò il capitano Fiesco.—E di gran personaggi!—
Ma egli doveva salire, per congedarsi dall’Almirante; e passò, in mezzo a quello sciame di staffieri. Giunto al pian di sopra, trovò ancora l’Adelantado, che passeggiava col nipote Fernando.
—Novità;—gli disse il vecchio marinaio;—e varranno, spero, un po’ meglio delle vostre.
—Le mie,—rispose il capitano,—son quelle d’ieri. Si vuole ch’io parta, e per servizio del re d’Aragona. Le vostre?