—È giunta la signora marchesa di Moya;—replicò l’Adelantado.—Essa è di là, nella camera dell’Almirante.

—Già qui!—esclamò il Fiesco.—Ma non ho veduto il frate scudiero, salendo.

—E non potevate vederlo, perchè non è venuto. Lo ha lasciato a Siviglia, o mandato altrove, che bene non ricordo. Egli dovrà capitare fra due o tre giorni. Ma entrate; la marchesa vi aspetta.—

Il signor Almirante era seduto su d’un seggiolone accanto alla finestra, appoggiato le spalle e il capo ad un alto guanciale; bianco, cereo la fronte e le guance, ma sfavillanti i grandi occhi cerulei, e vermiglio le bellissime labbra, come nei giorni migliori della sua vita. Non era quello da annoverare tra i più belli che mai avesse vissuti il grand’uomo? Beatrice di Bovadilla era là, seduta accanto a lui, tenendone una mano tra le sue, e guardandolo amorosamente negli occhi. Piangeva, la bellissima donna; ma tra le lagrime brillavano le ciglia, e sorridevano le labbra, dicendo la contentezza di quell’ora solenne.

Temeva di giungere importuno, il capitano Fiesco; ma fu accolto come persona desiderata. Ed anche l’arrivo suo metteva fine ad una scena di gran commozione, che non voleva essere prolungata.

Beatrice di Bovadilla si mosse alquanto sulla vita, e stese una mano al conte Fiesco, mentre l’altra non abbandonava la mano del signor Almirante.

—Amico,—diss’ella,—eccomi qua, come avevo promesso, e prima ancora che voi non mi doveste aspettare. Ma si fan presto le cose che si fanno volentieri; ed anche altre ragioni che saprete mi hanno messe le ali. E giungo in tempo per molte cose;—soggiunse, stringendo la mano del nuovo venuto.

Bartolomeo Fiesco s’inchinò, rispose con una stretta più forte alla stretta di donna Beatrice; ma non seppe che dirle. Era confuso, ed aspettava di sapere dell’altro.

—Ebbene,—domandò l’Almirante,—che cosa vi han detto laggiù?

—Che debbo partire. Ed io,—soggiunse il Fiesco, sospirando,—avendo la vostra licenza, obbedirò.