—Che cosa vi dicevo io? Senza avere il dono della profezia, non vi pronosticavo quel che doveva accadere?—

All’occhiata della marchesa di Moya, il capitano Fiesco rispose con un inchino, che voleva dire: avevate ragione. Ma fece ancora un gesto di preghiera, che voleva aggiungere: ed io, come rimango, se partite? come rimarrà una povera prigioniera, se i carcerieri maggiori l’abbandonano all’arbitrio dei minori?

Tutte queste cose non capì la nobil signora ad un tratto. Ma intese che il capitano Fiesco aveva bisogno di lei.

—Signor Almirante,—diss’ella,—vi lascio per qualche momento col vostro don Diego. Ripasserò a salutarvi, prima di partire da Valladolid, ove ad ogni modo ritornerò per far più lunga dimora, se pure non seguirete la Corte anche voi. Ora, se permettete, vi rubo per una mezz’ora il conte di Lavagna.—

Così prese commiato. E uscendo dalla stanza col capitano Fiesco, che la seguiva tutto trepidante, gli disse colla sua bella voce che incantava la gente, e col suo bell’accento sicuro che ridava la vita:

—Pensiamo ora al mozzo Bonito. Sapete che lo amo, e che abbiamo fatto una sacra alleanza tra noi. Come sono contenta di esser venuta incontro ad una regina, per mettermi ai servigi di un’altra!

—Sapete già?...—chiese egli confuso.

—So tutto, signor conte. Ero giunta dall’Almirante mezz’ora prima di voi. Molte cose si possono dire e sapere in mezz’ora. E adesso, a noi.—