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Capitolo XV.
Il ragno e la sua tela.

La mattina del 7 maggio, dell’anno 1506, gli abitanti di Laredo, gran pescatori e salatori di pesce nel cospetto di Dio, ebbero il magno spettacolo d’una armatetta navale che s’accostava con buon vento al loro porto, forse il più vasto, ma per allora il più sabbioso di tutta la costa di Biscaglia. Essi non avevano da temere uno sbarco di nemici, poichè le navi battevano bandiera castigliana; e del resto, fin dalla sera innanzi, troppa gente li aveva avvertiti, accorrendo a Laredo; troppa più gente che non potesse albergare la piccola città marinara; tanto che, rimpinzate le case, si era dato, od era stato preso alloggio nei magazzini, nelle scale, nei portoni, sotto gli archivolti, dovunque fosse un po’ di riparo; e molti poi s’erano adattati all’albergo della bella Luna, battendo i denti dal freddo. Ma per amore non si sente dolore: ed era amore quello che aveva tirate tante migliaia di grandi e piccoli gentiluomini a Laredo, per assistere all’arrivo di Giovanna di Castiglia, l’aspettata, l’invocata, l’adorata regina.

Le navi avevano ammainate le vele e gittata l’áncora fuori del porto; segno che non si fidavan troppo del suo fondo, o che abbastanza lo conoscevano. Subito dopo si spiccò dalla capitana un palischermo, a cui altri due se n’aggiunsero, fiancheggiandolo, ma rimanendo rispettosamente indietro due o tre palate di remi. E via via dalle altre navi si spiccarono altre imbarcazioni, venendo a formare sull’acqua una specie di falange macedone, la cui punta era il palischermo anzidetto, che portava a poppa lo stendardo regale, di rosso al castello d’oro, che era di Castiglia, ma partito di Leone, cioè d’argento al leone di rosso. Come il palischermo fu presso alla calata del porto, in mezzo alle grida e agli evviva della moltitudine affollata, si levò dal sedile di poppa una donna vestita di bianco, che portava sul capo, trattenuta fra le ciocche dei capelli nerissimi, una piccola corona d’oro. A lei volevano dare il passo i gentiluomini che le erano venuti compagni; ma ella, mentre un alfiere spiccava il vessillo dalla poppa, si trasse indietro verso un giovane cavaliere, a cui disse con accento di tenerezza:

—Filippo, siate voi il primo a toccare il suolo di Castiglia, che vi appartiene, come io vi appartengo.—

Pareva una bella cortesia di regina al suo compagno di reame; ma era un grido dell’anima, e Giovanna di Castiglia amava pazzamente quell’uomo.

Filippo d’Austria meritava egli un amor così forte? Per la bellezza, sì, certo. Giovane, che ancora non aveva toccati i ventotto; biondo dorato i capegli; bianco rosato la carnagione, e così fine la pelle, che contro la luce del sole pareva di vederci correre il sangue di sotto; d’una maravigliosa delicatezza i lineamenti del viso; snello di membra, elegantissimo in ogni movenza, dava l’immagine di tutte le perfezioni raccolte in un tipo esemplare di umana bellezza; con molta propensione, s’intende, alla grazia femminile, anzi che alla energia mascolina. Ma queste, che sarebbero inezie in ogni caso, non potevano neanche venire alla mente, guardando quel miracolo di principe. Tutti, in Europa, lo chiamavano Filippo il Bello, e con assai più di ragione che non si decorasse d’ugual soprannome un altro Filippo, di due secoli innanzi, e di Francia. Le donne, poi, specie se avevano la fortuna di vederlo da vicino, lo chiamavano l’arcangelo Gabriele; non sappiamo con quanta verità, ma certo con gran dispetto della regina Giovanna. E questo non forse per la irriverenza usata all’arcangelo, di compararlo ad un personaggio mortale, ma certamente perchè quell’ardito paragone le pareva ispirato da sentimenti troppo più arditi. Ammirassero da lontano, e tacessero; questo avrebbe voluto Giovanna. Erano già tante le sue paure! Così bello, da passare in proverbio, e sapendo che il sorridere gli stava bene a viso, mettendo in mostra un vero scrigno di perle, Filippo sorrideva spesso alla gente; e quando si trovava alla presenza di belle donne, fossero dame od ancelle, gli sfolgoravano gli occhi, e le dolci paroline gli fiorivano sul corallo tenero delle labbra stupende. E Giovanna ne soffriva, quantunque non avesse vere ragioni, o non gliene fossero venute sott’occhio, di lagnarsi del suo maritino. Sposata a lui nel 1490, ne aveva già avuti cinque figliuoli, Carlo, Ferdinando, Eleonora, Elisabetta, Maria: un sesto rampollo, Caterina, era ancora di là da venire; in viaggio, come si dice ai bambini curiosi.

Giovanna di Castiglia non si poteva dir brutta, perchè non era deforme; ma non si poteva dir bella, perchè non era piacente. Nata in un grado sociale più umile, non sarebbe stata osservata, nè per un verso, nè per l’altro, restando in quella mediocrità che solo può tornar gradita ai filosofi. Avrebbero potuto nondimeno piacere in lei due grandi occhi neri pensosi, ma troppo spesso velati, Dio buono, come smarriti in estatiche contemplazioni; le quali non erano infrequenti, ed occorrevano lì per lì, dovunque ella fosse, e in qual si fosse più numerosa brigata, solo che fosse lasciata un istante a sè stessa. S’incantava, allora; e quei grandi occhi, fissi in un punto dello spazio, perdevano la lucentezza insieme con la mobilità; onde appariva ch’ella non guardasse fuori e lontano, ma dentro di sè. Vedeva allora Filippo, il suo bel Filippo; e a volte gli sorrideva, a volte torceva la bocca, si sbigottiva, e usciva allora in rotte parole. Oh Filippo, no, no! Che ti ha mai fatto, questa povera Giovanna? Chiamata di schianto, ritornava in sè stessa, sorrideva malinconicamente, e si scusava del suo vaneggiare, dicendo:

—O sire Iddio, che sogno spaventoso ho mai fatto!—

Nè mai, per pregarla che si facesse, voleva dire che sogno fosse. Onde già intorno a lei si sussurrava che fosse un po’ matta; mentre al padre di lei sarebbe stato caro (e ne sappiamo oramai la cagione) che fosse matta del tutto.