Il voto di quel padre amoroso doveva essere esaudito, pur troppo; ma non per allora. Per allora, la nuova regina di Castiglia, senza darne avviso a nessuno, senza riconoscer reggenti volontarii, nè amministratori del regno, approdava a Laredo, per venire ad occupare il suo trono. E mentre l’accolgono a festa i cavalieri di tutta Castiglia, scodelliamo qui alcune notizie genealogiche di lei e dei suoi. Non saranno molte; appena quel tanto che basti a far intender le cose che dobbiamo descrivere.
Giovanna era nata la seconda di quattro figliuole della grande Isabella. La prima, pur essa di nome Isabella, e la terza chiamata Maria, erano state successivamente maritate ad Emanuele il Fortunato, re di Portogallo; il quale, per verità, non si chiamò Fortunato perchè la prima moglie spagnuola gli fosse morta (che anzi n’avrebbe avuto, se viva, il diritto alla corona di Castiglia; onde Dio sa quante cose mutate nel mondo!), nè perchè la seconda fosse più bella e più cara, ma perchè in un regno di ventisei anni come fu il suo, la potenza portoghese era giunta al suo colmo, colla voltata del capo di Buona Speranza, colla fortuita scoperta del Brasile, con una serie di guerre felici e di utili conquiste nell’Asia, nell’Africa, nelle Indie occidentali. La quarta figliuola, Caterina, era andata sposa in Inghilterra, da prima al principe Arturo, erede del trono, e poscia, lui morto, al principe Arrigo, che fu Arrigo VIII, l’uomo delle sei mogli: due ripudiate, due decapitate, una morta per miracolo nel suo letto, un’altra per miracolo anche maggiore riuscita a sopravvivergli. Non dimentichiamo di dire che la prima delle sei, Caterina, fu tra le ripudiate: strana sorte, dopo che a forza l’avevano voluta tenere. Il suocero suo, Enrico VII, era chiamato il Salomone dell’Inghilterra; per la sua molta saviezza, certamente, non già per la sua magnificenza. Aveva ricevuto dalla Spagna dugento mila scudi d’oro per la dote, che per quei tempi era un gran fatto. Morto il principe Arturo, quel savio babbo avrebbe dovuto rimandar la sposa e la dote. Per la prima, niente di male; ma restituir la dote pesava al Salomone d’Inghilterra: ond’egli aveva fatto il savio proposito di dar la vedova del primo figliuolo in isposa al secondo. Ferdinando e Isabella se n’erano contentati; papa Giulio II aveva mandate le necessarie dispense.
Innanzi alle quattro principesse d’Aragona, com’erano chiamate dal titolo regio del padre, era nato un principe, don Giovanni; ma da alcuni anni era morto per una caduta da cavallo. Delle tre principesse superstiti, adunque, una era regina del Portogallo; l’altra principessa di Galles in Inghilterra; la terza, e prima per ragione di età, erede del trono di Castiglia, poichè fu morta la madre. Questa la regina che approdava la mattina del 7 maggio a Laredo. Moglie ad un arciduca d’Austria, portava in casa d’Austria la corona di Spagna; e le era già nato da sei anni quel Carlo, che, primo del nome in Ispagna, doveva poi essere Carlo V nell’Impero di Germania, così potente, anzi prepotente nella storia d’Europa.
Col suo bel Filippo era partita Giovanna da Brusselles; si era con lui imbarcata il giorno 8 di novembre dell’anno 1505, avviata alle coste di Biscaglia. Ma il vento e il mare cospiravano quella volta con Ferdinando d’Aragona, e il naviglio combattuto dagli elementi ebbe per gran sorte di poter appoggiare alle coste d’Inghilterra. Arrigo VII ebbe ospiti i giovani sovrani, e si può credere che con tutta la sua avarizia rallentasse un pochino i cordoni della sua borsa per trattarli a dovere. Ferdinando, che stava alle vedette, a mala pena ebbe fumo dell’appoggiata, mandò messaggi ad Arrigo, ed esortazioni e preghiere, perchè volesse trattenere quei due ragazzi, per suo avviso incapaci di regnare. Arrigo VII, il Salomone d’Inghilterra, non fu mai tanto Salomone come in quella circostanza difficile. Tenne a bada i suoi giovani ospiti più che potè, con le feste e le cacce, così mostrando di esaudire l’Aragonese; ma come gli parve che il giuoco durasse troppo, nè si potessero trovare altre scuse agli indugi, pensò che i due ospiti, se volevano andarsene, gli dovessero pagare lo scotto. Il suo regno era stato lungamente turbato da pretendenti di varia derivazione: li aveva sbaragliati tutti, presi tutti, salvo uno, Edmondo Pole, conte di Suffolk, riparato nelle Fiandre. Glielo poteva consegnare il suo ospite Filippo? Non gli avrebbe torto un capello: ma gli sarebbe stato caro di averlo sotto la sua vigilanza. Filippo glielo consegnò, e non fu bella cosa: nè certamente se ne vantò, sebbene il Tudor gli mantenesse la parola di non levar la vita all’ultimo dei suoi disgraziati rivali; grata cura che si prese parecchi anni dopo l’ottavo Arrigo, il Roboamo di quel Salomone. Così pagato lo scotto, uscivano dal Tamigi i sovrani di Castiglia, dopo tre mesi e più di quell’ozio forzato, a cui era stata buona scusa la stagione, cattiva oltre ogni termine, ed oltre ogni pronostico. E il Salomone dell’Inghilterra usava ai giovani ospiti la cortesia prelibata di non avvisare il re d’Aragona del non averli potuti trattenere di più. Di che si poteva lagnare il re Ferdinando? Per i fini di lui, per il tempo che gli occorreva a suscitar loro qualche ostacolo in casa, non erano stati trattenuti abbastanza? Il fare di più sarebbe stato come un venir meno agli obblighi sacri della cortesia, un tener prigionieri i suoi ospiti, un trattarli da nemici; cose tutte che le potevano fare un Procuste, un Licaone, un Litiersa, ed altri re birboni dell’antichità leggendaria; ed egli era il Salomone dell’Inghilterra, per bacco!
Non si lagnò Ferdinando. Oltre che sarebbe stato tardi, per potersi lagnare utilmente, egli era un esemplare di pazienza. Avvezzo ad ingannare, non si doleva troppo di essere ingannato, mettendo il guaio sul conto della sua poca prudenza, e promettendo a sè stesso di far meglio un’altra volta. Colla filosofica costanza del ragno a cui sia stata distrutta la sua tela, che si rimpiatta nel buco finchè non veda passato il pericolo di peggio, e poi riprende animoso a distendere le sue fila maestre, il re Ferdinando chinava il capo a quella buriana improvvisa, che dalla nuova Castiglia si rovesciava sulla vecchia. Come avessero quelle migliaia di signori avuto notizia della partenza di Giovanna e di Filippo dalla foce del Tamigi, mentre egli non n’era stato avvertito, non occorreva per allora indagare. Volevano la convocazione delle Cortes; era quello il grido, con cui si animavano a vicenda. Ebbene, facessero a lor posta. Egli, poveraccio, aveva lavorato fino allora per l’onore e per la grandezza della Spagna; vedessero loro di fare altrettanto, o almeno almeno di non guastare il già fatto. Se ne volevano andare i gentiluomini castigliani della sua Corte, per accorrere da Giovanna? Andassero pure; facevano bene, come sudditi di Castiglia; si ricordassero poi d’essere Spagnuoli.
In questa forma, con questi sentimenti, parlava per lui il Ximenes; con sincerità d’animo, questi, che in ogni evento restava il primate di Spagna, e da cose mutate, o rimaste com’erano, non aveva da guadagnare nè da perdere. E il re, per non parere stizzito della burla patita, il ministro per parer largo con tutti, prudentemente deliberarono di muovere a Burgos, ove del resto un giorno o l’altro sarebbero trasportate le tende.
Burgos, vasta città irregolare, piantata a semicerchio sul pendio d’un’alta collina, non aveva ancora perduto del tutto lo splendore di quei tempi che vi risiedevano i conti, poi re di Castiglia. Come quasi tutte le città medievali, era corsa da vie strette, tortuose e malinconiche: ma le sue piazze ornate di severi edifizi e di fontane, le davano una bell’aria di capitale antica. E si gloriava anch’essa d’una cattedrale gotica, del secolo XIII; ma più assai era orgogliosa della sua Calle Alta, dove ancora sorgevano le case di Rodrigo di Bivar, detto il Cid Campeador, e di Fernando Gonzales, primo conte di Castiglia. Salamanca, Valladolid, Medina del Campo, Segovia, tutte a vicenda residenze reali dei re di Castiglia, avevan fatto un po’ di torto a Burgos, il cui clima si riteneva troppo umido e freddo. Ma a Burgos, capitale antica, si erano tenute in momenti solenni le Cortes, segnatamente nel 1188, le prime in cui alla nobiltà ed al clero si aggiungessero i procuratori, o deputati delle città e dei borghi, che furono appunto in numero di cinquanta; bel principio e pronta fioritura di libertà comunali, che l’autorità regia aveva dovuto riconoscere, o forse trovato utile di mettere a fronte dei due corpi privilegiati, per tenerli in rispetto con quel nuovo elemento.
La Corte di Castiglia, recandosi a Burgos, non aveva da scegliere la sua residenza, essendo ancora in piedi l’antico palazzo di Fernando Gonzales nella Calle Alta. Non era vasto, il palazzo; non potevano trovarci alloggio due corti, se non a patto di starci pigiate. Le persone che si amano scambievolmente stanno di buon grado a disagio, pur d’essere insieme; non così quelle che stanno un po’ grosse, vedendosi volentieri come cani mastini.
Con quest’animo era corso a Burgos il re Ferdinando, e si piantava nel palazzo di Fernando Gonzales, destinato ad accoglier sovrani: per allora il solo sovrano era ancor lui, e gli altri erano di là da venire. “Li aspetterò alla Calle Alta, diceva; li riceverò io, e vedremo che cosa ne nascerà„.
Perchè non andar loro incontro fino al porto di Laredo? Ah, no, fin laggiù: non lo avevano avvisato dell’arrivo, e l’andarli a cercare, ad aspettare all’approdo, sarebbe stato ufficio di vassallo che volesse farsi ricevere in grazia. A Burgos era in luogo decente, in condizione regale. Sarebbero venuti a lui; li avrebbe accolti con ogni dimostrazione di affetto paterno; e magari, prendendo norma dalle circostanze, avrebbe rimessa loro ogni autorità sulla Castiglia, o l’avrebbe ritenuta in nome loro, per utilità del regno, per quell’onore e per quella grandezza di Spagna, che il re Ferdinando aveva spesso sulla bocca, come il suo ministro Ximenes l’aveva sempre nel cuore.