Ma coloro che avevano guidata così vittoriosamente la congiura di Castiglia non erano meno accorti del re d’Aragona. Burgos accolse la comitiva trionfale, che da Laredo era venuta alle sue nobili mura; ammirò il bellissimo re, che magnifico in sella cavalcava al fianco di Giovanna, seduta con molta eleganza su d’una bianca chinéa; applaudì, gridò l’amor suo con tutte le frasi più calde; gittò alla coppia gentile dei suoi sovrani le prime rose della stagione; ma non vide salire fino alla Calle Alta il regale cortéo. Parve cortesia profumata il volersi fermare al palazzo di città, quasi come ospiti dei sudditi loro. E i buoni sudditi di Burgos, con nuovi applausi, con grida insistenti, chiamarono tante volte al balcone del palazzo i sovrani, quante furono necessarie a contentare della loro vista i quarantamila abitanti della nobil città. E parve finalmente ricambio di cortesia lasciarli riposare un tratto, e prender ristoro, essendosi sparsa la voce che accettavano la refezione di rito presso il preposto del comune. La refezione, con tutte le cerimonie concomitanti, voleva andar per le lunghe; si sarebbero mossi verso sera, i sovrani, per salire alla Calle Alta; c’era tempo per tutti di andare al pasto quotidiano, di farci la siesta consueta, e poi ritornare in tempo a tutte le novità di quella bella giornata.

La prima novità fu questa, che l’araldo regale andò attorno per tutte le piazze di Burgos, con le trombe, e con un drappello d’arcieri. Su tutte le piazze, dopo una suonata di trombe, il nobile personaggio, ben ritto sulla sella del suo cavallo bianco, e con una voce squillante quasi come le sue trombe, lèsse al popolo la parola sovrana:

“Don Filippo e donna Giovanna, per la grazia di Dio re e regina di Castiglia, di Leon, di Granata, di Toledo, di Valenza, di Gallizia, di Maiorca, di Siviglia, ecc. ecc., ai reggenti, assistenti, alcaldi, alguazili ed altri giustizieri quali si vogliano di tutte le città, ville e luoghi dei nostri regni e dominii, salute e grazia!

“Sappiate che essendo noi deliberati di visitare tutte le terre del nostro regno, e perciò sul punto di partire da questa amata città, per rispetto alle antiche consuetudini ond’essa è privilegiata, come per dimostrazione del nostro vivissimo affetto, abbiamo ordinato che in Burgos siano convocate le Cortes di Castiglia e Leon, dove noi saremo ritornati, a Dio piacendo, prima del 20 giugno. Siano dunque avvertiti di ritrovarsi per quel giorno in Burgos i tre estamentos di Castiglia, del clero, dei nobili, dei procuratori delle città e borghi regali, a cui è concesso il diritto di partecipazione, per far le leggi nuove e riformare le antiche, per istabilire con equità i pubblici carichi, reprimere gli abusi, far ragione a tutti coloro che a noi si richiameranno di violata giustizia. Tale essendo il nostro piacere, conforme agli obblighi verso Dio e verso il buon popolo di Castiglia.

“Dato nella nostra antica città di Burgos, il giorno 8 di maggio, l’anno della natività del nostro Salvatore Gesù Cristo 1506.

Io il Re. Io la Regina.

Era quello un colpo maestro del buon Tellez Giron de Sandoval, duca di Ossuna, che primeggiava nei consigli dei nuovi sovrani. Ma la prima spinta era data da Beatrice di Bovadilla, che aveva preso assai facilmente presso la regina Giovanna il posto tenuto presso la grande Isabella. Ricordate che a Valladolid era venuto a cercare donna Beatrice il giovane marchese di Lucena, per riferirle in nome dell’Ossuna i desiderii del popolo; e come donna Beatrice consigliasse di rispondere in modo da contentare Valladolid senza offesa ai diritti di Burgos. L’occasione di appagare i voti dell’una e dell’altra città si era offerta più presto che Bovadilla non si potesse immaginare: fin da quando era giunto don Diego Colon a prender commiato dal padre, l’accorta signora aveva meditato quel colpo che doveva sgominare tutti i disegni faticosi del re d’Aragona. Così, fatta a Burgos una sosta di tre ore, con una certa promessa di ritorno, Giovanna e Filippo si rimettevano in via, pellegrini d’amore e banditori della propria sovranità per le terre di Castiglia. Quanto a visitarle tutte, non c’era impegno che potesse durare contro la stanchezza di un lungo viaggio. Ma si andava, come se il pellegrinaggio dovesse giungere fino alle rive del Mediterraneo e a quelle dell’Atlantico. L’essenziale era di lasciare il re Ferdinando colle mani in mano, nella Calle Alta di Burgos, dandosi pensiero di lui, che aspettava, come se fosse stato cento miglia lontano.

Nella Calle Alta l’editto regale fu letto quando Giovanna e Filippo erano già usciti dal palazzo di città, e le grida di saluto ai sovrani salivano al cielo. Il re Ferdinando sentì quelle grida nello stesso tempo che giungeva a lui qualche frase dell’editto, recitata a voce più alta dall’araldo, o non coperta dai rumori della moltitudine ascoltante. Partivano, dunque? partivano da Burgos, dov’egli si era venuto a piantare, per metterli nell’impaccio; e ce lo lasciavano lui, ignorandolo, non mostrando di sapere che fosse ancora tra i vivi.

Per una volta tanto, il pazientissimo re si morse le labbra dal dispetto. Questa poi non se l’aspettava. E voleva sfogarsene col fido Ximenes; ma il Ximenes non c’era. Non già perchè lo avesse abbandonato anche lui, come tutti i suoi gentiluomini di Castiglia; ma perchè era andato a parlamentare con gli avversarii. Come nato in Castiglia e arcivescovo d’una città di Castiglia, il Ximenes aveva fatto ossequio ai nuovi sovrani. Ed essi avevano mostrato di gradir molto la visita; e Giovanna in particolar modo si era mostrata affabilissima al confessore di sua madre. Ma a lei non aveva osato dir nulla, nè far preghiere, nè dar consigli non chiesti, specie vedendola così ben circondata, custodita e difesa.

Al duca d’Ossuna, piuttosto, e agli altri cortigiani maggiori, si aperse liberamente il virtuoso Ximenes. Perchè quella partenza improvvisa? senza dare un po’ di riposo alla regina? senza permetterle di vedere il re d’Aragona, che stava lassù ad aspettarla? Infine, quello era suo padre; ed era d’un padre aspettare i suoi figli.