Ma per ora, vittoria. Giovanna e Filippo sono entrati a Valladolid. Le accoglienze sono maravigliose; l’allegrezza della città non si descrive; essa è tanto più grande, quanto più lontana era in lei la speranza di avere tra le sue mura i sovrani. Nè solamente per un giorno, come è toccato a Burgos. Valladolid li riterrà per parecchi, meglio prestandosi per una lunga dimora l’ampiezza del palazzo reale, e il non averci l’incomodo di un’altra corte, sempre molesta vicina, per quanto l’abbiano scemata di numero le diserzioni sollecite di tutti, o quasi tutti i gentiluomini Castigliani. Se poi l’altra corte volesse scendere anch’essa in Valladolid, non avrebbe a far altro che a prendere esempio da ciò ch’è avvenuto in Burgos, dov’ella si era già collocata, e i nuovi venuti erano smontati al palazzo di città. Venga pure a Valladolid, e smonti dove le pare; magari al palazzo di giustizia, dove abitava il Ximenes: l’essenziale è che non trovi alloggio al palazzo reale, che è proprietà di Castiglia e Leon, mentre Castiglia e Leon appartengono ai due giovani principi, ai sovrani adorati, che tutto il paese ha così prontamente riconosciuti, passando sopra alle minute formalità, alle vane cerimonie d’una trasmissione di poteri. Tutta roba, questa, a cui si potrà dar sesto in processo di tempo: per ora Valladolid non ha da curarsi di ciò; Valladolid è in festa, e sarà in festa finchè i giovani sovrani staranno tra le sue mura.

Beatrice di Bovadilla trionfa; quando passa lei per le vie, tutti i cittadini si scoprono il capo, le fan riverenze, l’acclamano. Si sa che il consiglio di scender subito a Valladolid è venuto da lei. Si vede che i duchi e tutti gli altri gran signori del cortéo regale, abbondando volentieri nelle belle forme della cavalleria spagnuola, si mostrano pieni di ossequio per lei; ed anche il popolo impara a riverirla, ad amarla. La regina Giovanna la vuol sempre al suo fianco; il re Filippo la colma di delicate attenzioni.

Troppe attenzioni, ahimè, quelle di Filippo il Bello, e troppo delicate! Giovanna ammette le cortesie, non riprova le garbatezze; ma ci vorrebbe più riguardo, più misura, più parsimonia. È gelosa, e la gelosia non ragiona; è gelosa, e ne soffre doppiamente questa volta, perchè la gelosia ha un argomento visibile su cui esercitarsi, e perchè infine ella ama la marchesa di Moya, e non vorrebbe privarsi di lei.

—Dio, come sei bella!—le disse al secondo giorno dell’entrata in Valladolid, non potendo più reggere alla sua pena.—Sei troppo bella, Bovadilla!—

Donna Beatrice diede in uno scoppio di risa, che mostrava tutta la sua bell’indole, ma ancora più i suoi bellissimi denti.

—Alla mia età,—rispose poscia,—non mi aspettavo più un simile discorso. È anche vero che Vostra Altezza ha il più bel cuore della cristianità.

—Oh, non è il mio cuore, quello che parla; sono i miei occhi;—replicò Giovanna, abbracciandola con tenerezza, come se volesse in quell’atto premunirsi contro la cattiveria del sentimento da cui si sentiva già invadere.—Tu hai bevuto alla fontana di giovinezza, che i maghi moreschi hanno fatta scaturire in qualche parte della Spagna. Dimmi dov’è, tu che lo sai; e dov’è la fontana della bellezza miracolosa. Perchè anche di questa ne hai bevuto, Bovadilla. Negalo, se puoi! C’è qualcheduno che ti vede troppo di buon occhio; ed io non voglio, Bovadilla, non voglio.

—Vostra Altezza si rassicuri anche contro le illusioni degli occhi;—rispose Beatrice di Bovadilla, mettendosi sul grave.—Io voglio farle qui una bella confessione.

—Ah sì, sentiamo, Bovadilla!—gridò la regina, battendo le palme dalla gioia.—Tu hai pure un certo modo originale di dir le cose più fini!

—Ringrazio Vostra Altezza, e incomincio con una domanda, ch’ella vorrà perdonarmi. Che cosa ho fatto, io, che cosa ho detto io alla mia regina, appena ella è smontata sulla spiaggia di Laredo?