Un moto involontario d’allegrezza agitò il cuore e tinse d’una fiamma fugace le pallide guance della gelosa regina. Ma la gelosa era buona, ed amava la sua Bovadilla; perciò represse a forza quel senso importuno di gioia, che sarebbe anche parso di brutta ingratitudine.
—Mia cara!—diss’ella.—Ciò che vuoi fare a Valladolid non si accorda troppo bene con ciò che speri di ottener da Granata. Ma speriamo che Granata persista nel suo rifiuto; non ti rifiuterò io ciò che domandi per il tuo Almirante. Lascia che si compongano queste difficoltà con mio padre, e che io sia libera di dar corso ai voti del mio cuore, ed io penserò a don Cristoval Colon in modo da farti contenta. Sarà questo il mio primo atto di regno.
—Faccia la mia signora che sia soltanto il secondo;—rispose la marchesa di Moya.
—Come?—gridò la regina.—C’è altro, che ti preme di più?
—Non già che mi prema di più, ma che può farsi prima, che può farsi fin d’oggi.
—Che cosa? Sentiamo.
—Una visita al palazzo di giustizia, o, per dire più veramente, alle carceri attigue.
—Per che fare?
—Per liberare una povera donna, che molto mi sta a cuore, come sta a cuore del signor Almirante, essendo essa la moglie di un degno gentiluomo, suo concittadino e fedele servitore.
—Che cosa ha fatto questa donna? ha commesso un delitto?