Filippo non era a palazzo. Mezz’ora prima era montato a cavallo, in compagnia del duca di Ossuna. Per dove? Non si sapeva; ma certamente non poteva andare lontano, non avendo accennato ad una lunga assenza. Era andato a passeggio; non si trattava dunque se non di una delle solite scappate mattutine, per veder la città. Il giovane re era come uno scolaretto, a cui pesino troppo le sue ore di studio, sotto gli occhi e la sferza del pedagogo.

Giovanna si addolorò di quella passeggiata, che si faceva senza di lei, e senza pure avvertirla. Ah, le belle di Valladolid! volevano farla disperare, come quelle di Brusselles, come quelle di Londra!

—Mia signora,—disse Beatrice, che non voleva altri indugi,—se il re Filippo non è a palazzo, lo troveremo fuori, facendo un giro per la città. E del resto, si fa presto a trovarlo.—

Era in anticamera il marchese di Lucena; la marchesa lo chiamò, e in presenza della regina gli disse:

—Lucena, siate oggi, con licenza di Sua Altezza, il mio aiutante. Uscite e cercate del re don Filippo; ditegli che la regina è andata fino al palazzo di giustizia, per visitare le carceri, e lo attende colà.

—Lo desidera;—corrèsse la regina.

—Vostra Altezza sarà obbedita;—rispose il marchese di Lucena, muovendosi tosto per partire.

—E veduto il re,—aggiunse la marchesa,—cercate del conte Fiesco. Lo troverete probabilmente in casa del signor Almirante Colon. Ditegli, vi prego, di venirmi a trovare alle carceri. Il ritrovo non sarà bello,—soggiunse ella ridendo,—ma non l’ho inventato io, e bisogna prender le cose del mondo come vengono.—

Il marchese di Lucena s’inchinò, e partì come una freccia.

Mezz’ora dopo, la regina Giovanna, seguita dalla sua dama di palazzo, da due cavalieri d’onore e da un drappello d’arcieri, si presentava all’ingresso delle carceri, detto il palazzo di giustizia.