—Tale è infatti il nostro piacere;—disse la regina.—Dov’è egli?
—È là, al numero sette, voltato quell’angolo del corridoio;—rispose il prevosto, più confuso che mai.—Ma.... voglia perdonarmi Vostra Altezza.... So bene che Vostra Altezza comanda.... Tutta Valladolid lo dice; ma io, povero vecchio soldato, schiavo del mio dovere....
—Vuoi dire che non hai libertà di obbedirmi? Colpa di chi non te lo ha fatto sapere in tempo;—replicò la regina, con più asseveranza che non fosse dato aspettare da lei.—Apri quell’uscio, e metti fuori il prigioniero, a cui faccio grazia, se forse non è meglio dire gli rendo giustizia.—
Il povero prevosto nicchiava. L’aspetto imperioso della regina egli lo vedeva, e ne tremava tutto: ma aveva anche agli occhi le immagini del re Ferdinando e del suo potente ministro Ximenes.
—Mia signora....—balbettò egli.—Se almeno avessi un ordine in iscritto!
—Non c’è altra difficoltà?—disse la marchesa di Moya.—Portate qua penna e calamaio con un foglio di carta, e l’ordine è presto fatto.
—Capisco.... sì, capisco bene. Ma gli ordini, forse, andrebbero meglio se firmati da due.... dalla regina e dal re. Il re e la regina sono inseparabili.—
La marchesa di Moya stava già per rispondergli. Ma la regina fu colpita dalle parole dello scrupoloso carceriere.
—Hai ragione, buon servo della corona di Castiglia;—diss’ella, intenerita.—Tu pensi che Filippo debba esser sempre accanto a Giovanna? Ricordami queste tue parole, quando avrai qualche cosa da chiedermi, e ti sarà concessa, te lo prometto fin d’ora.—
Ciò detto rimase estatica, pensando e guardando fissamente davanti a sè. Era uno dei momenti pericolosi, per chiunque aspettasse qualche cosa da lei. La povera estatica non era più capace di nulla.