—Signora marchesa.... mia buona signora marchesa....—ansimava egli con voce soffocata.—È un tradimento.... Sono un uomo rovinato....

—Che cosa vi avevo detto io, signor prevosto?—ribattè la marchesa, traendo a sè la sua manica.—Carta, penna e calamaio, e vi si fa l’ordine di scarcerazione.

—Ma senza la firma del re?

—Ecco, voi non siete ragionevole nei vostri desiderii. La regina vi ha detto: ripetimi le tue belle parole, quando avrai qualche cosa da chiedermi, e sarai contentato. Avete voi chiesto allora che il re autenticasse la parola di lei? E non andrete un giorno o l’altro a chiedere un posto migliore, anche senza avere la firma del re?

—Ma ancora non è detto che io l’ottenga!—rispose il prevosto.

—E il modo vostro è cattivo, se mai, per ottenere qualche cosa;—ribattè la marchesa.—Credete voi che fugga Giovanna stasera, e sia qui domani da capo il re d’Aragona? Ah, per buona sorte, e per rimettervi il fiato in corpo,—soggiunse ella, ridendo,—eccolo qua un re, signor prevosto, e migliore di quello che volevate servire. Animo! carta, penna e calamaio, se non volete che il re e la regina vadano via, senza lasciarvi due righe di biglietto.—

Il marchese di Lucena aveva fatte le cose per bene. Filippo, accompagnato dal buon duca d’Ossuna, era giunto allora nel chiostro, e stava a colloquio colla regina. Egli ebbe notizia di ciò che Giovanna aveva fatto, e stava rivolgendo qualche frase benevola al prigioniero liberato, quando la marchesa di Moya si avanzò per dargli spiegazioni più minute.

—Bene! egregiamente!—disse Filippo, a cui poco bastava, e che lì per lì si sarebbe anche contentato di niente.—Facciamo dunque un po’ di giustizia? Mi par d’andare a nozze una seconda volta. Ma sì!—aggiunse lesto, vedendo oscurarsi la fronte di Giovanna.—Con la giustizia, oggi, come già ci andai con la grazia.—

Il prevosto aveva fatto portare uno scrittoio, con la carta, il calamaio e la penna. Gli fu steso l’ordine di scarcerazione, e Filippo si avvicinò allo scrittoio per apporre la firma: Yo el Rey.

—È la prima che faccio, in Valladolid; ed ora, mia cara Giovanna, a voi.—