Giovanna sussultò a quel dolcissimo aggiunto; e tutto il suo essere palpitava, radiava incontro a quell’uomo biondo e bello come un giovane iddio. Guardando a mala pena la carta, e subito levando gli occhi verso Filippo, scrisse accanto alla firma di lui: Yo la Reyna.

—Basta così, per voi?—chiese la marchesa di Moya al prevosto.

—Sì, signora marchesa;—rispose egli, chinando il capo più in giù delle spalle.

—Ma ancora non basta a me;—ripigliò la signora.—Questo scrittoio può servire a qualche altro po’ di giustizia, se Sua Altezza permette. Ossuna, volete voi scrivere un salvacondotto per don Bartolomeo Fiesco, conte di Lavagna, per la contessa sua moglie, e per ogni altra persona che fosse con lui in terra di Castiglia e Leon, che nessuno li possa mai molestare nè imprigionare?

—Il re e la regina permettono;—disse il buon duca di Ossuna, vedendo sorridere i sovrani e far segno di assenso.—Dettate voi, marchesa, che sapete i nomi e i titoli, e il bisogno del conte.—

La marchesa dettò; Filippo e Giovanna firmarono ancora, l’uno di costa all’altro, e il duca d’Ossuna v’aggiunse il suo nome, entrando così in carica di segretario.

—Due buone azioni, e fatte insieme;—disse la regina.—Sono contenta, Filippo.

Ma Filippo s’era messo e dire troppe garbatezze al mozzo Bonito, e già pareva non avesse più occhi se non per lui. Onde la regina strinse il braccio di Bovadilla, su cui s’era appoggiata per scender la scala; e stringendo il braccio, le disse all’orecchio:

—Odio il mozzo Bonito. È troppo bello; portalo via.

—Lo manderò, piuttosto; perchè vedo là in fondo allo scalone il conte di Lavagna, che sarà più felice di accompagnarlo. Se pure,—aggiunse la marchesa,—Vostra Altezza non vuol liberarsi di me.